
di FRANCO CIMINO
E se n’è andato pure lui. Altro che città per vecchi: qui non resterà più nessuno. Per fortuna ci sono le famiglie degli immigrati regolari che la stanno già abitando, specialmente all’interno delle sue viscere, quegli antichi quartieri del centro storico che i catanzaresi hanno abbandonato da decenni. Sono ancora stranieri, e tali si sentono, in una città che ancora non li vede davvero. Eppure li puoi incontrare la domenica, nel primo pomeriggio, quando portano i figli piccoli alla Villa Comunale oppure passeggiano — soprattutto le donne — lungo le vie del corso, sostando sotto il cielo luminoso e caldo di Piazza Matteotti.
I vecchi se ne stanno andando, chiamati dalla vita che si conclude. La vera vecchiaia è in quegli ottant’anni che oggi, invece, sono ancora giovani e pieni di forza, soprattutto intellettiva. Se ne stanno andando i catanzaresi più belli: i nostri vecchi. I bellissimi, i nostri ragazzi, se ne sono andati già da tempo, portati via dai treni veloci e dagli aerei verso i Paesi europei e le città del Nord, che ancora regalano sogni — forse effimeri, certamente fragili — ma pur sempre sogni capaci di catturare il cuore.
Con loro, al momento della pensione, se ne stanno andando anche quei genitori che temono di non aver saputo trattenere i figli o che si sentono in colpa per non aver offerto una città e una regione capaci di farli tornare. Stanno andando via, per naturale corso della vita, i nostri vecchi: la parte più bella della bellezza della città. Custodi saggi della storia popolare, quella raccontata ai ragazzi davanti al camino ideale o al vecchio braciere di una nostalgia che non ritorna.
Il catanzarese che ci ha lasciati ieri, Eugenio Luigi Verduci, non era neppure vecchio, nell’accezione duramente anagrafica del termine. Ottant’anni appena compiuti sono davvero nulla. E lui, poi, di anni ne ha sempre dimostrati tanti e pochi insieme. Un giovane vecchio saggio, con il viso da fanciullo e gli occhi da bambino, incorniciati da una barba breve e delicata che, dipinta di bianco come i capelli, ce lo faceva apparire un po’ San Giuseppe e un po’ Platone, il filosofo dell’antica Grecia.
San Giuseppe, per gli occhi dolci e la parola buona. Per la generosità e l’umiltà. Platone, invece, per quello sguardo profondo sulla realtà, sulla vita delle persone e della città. E per quella continua ricerca della bellezza: quella sospesa tra il presente e il futuro, tra la terra e il cielo, tra la realtà e l’immaginazione, sogni compresi.
E la bellezza del creato, dipinta nella natura, lui sapeva racchiuderla nella cornice più adatta. La bellezza dell’arte, custodita nella sua arte di corniciaio. Conservata in quella piccola bottega che, negli anni, si era trasformata anche in una minuscola galleria d’arte, capace di ospitare soprattutto gli artisti catanzaresi.
San Giuseppe e Platone insieme, in questa figura straordinaria che, nell’umiltà, creava. Dal legno — sempre più sottile e delicato — nasceva la cornice destinata a custodire dipinti e opere creative. Tutto ciò che si incornicia, in quei quattro legnetti o in strutture più elaborate e artistiche, diventa arte. Come l’essere umano, capolavoro assoluto. Come l’umanità che nello spirito abita ogni persona.
San Giuseppe, il falegname. Non soltanto artigiano, ma artista a suo modo. Come lo sono, in fondo, tutti gli artigiani. Platone, il pensatore, per quel suo ragionare fine e per la parola “dotta”, nutrita di autentica saggezza. Quella che appartiene ai catanzaresi autentici: orgogliosi e umili, dignitosi e fieri. E innamorati. Degli amori semplici e comuni: la famiglia, i figli, gli amici.
La città, Verduci, l’amava nel modo più vero: rispettandola. Da cittadino pulito e onesto. Educato con tutti. Riservato, dietro quella timidezza che sembrava quasi aristocratica, o forse soltanto una confidenza trattenuta. Amava la sua Catanzaro con quella generosità profonda e disinteressata che una città chiede ai suoi cittadini migliori quando attraversa momenti difficili, quasi di pericolo.
La sua generosità è stata soprattutto una: resistere.
Quando la crisi economica stringeva i commercianti e costringeva molti a chiudere, Luigi ha resistito. Non ha abbassato la saracinesca della sua bottega, nonostante l’aumento continuo dei costi di gestione. Quando la bella e stretta via che porta al Duomo ha perso, poco alla volta, i suoi passanti a causa della lunga chiusura di quel luogo sacro, lui e il buon Pino, il barbiere ancora molto attivo all’inizio di quel breve tratto, hanno continuato a tenere le luci accese.
Sulla porta dei loro negozi, nel tempo liberato dal lavoro, hanno svolto una sorta di duplice servizio: accoglienza per chi passava — un sorriso, un saluto, una parola gentile — e insieme una funzione quasi “gendarmesca” di controllo, tutela e custodia del luogo. Di quella via importante.
Adesso che questo particolare maestro non c’è più, e il Duomo resta ancora impacchettato, con la sua Madonnina invisibile, che ne sarà di quella strada? E che cosa farà domani una città che ha perso un altro dei suoi figli migliori?
Saprà usare queste saggezze per diventare più forte? Saprà tornare a parlare ai suoi ragazzi con parole buone? Saprà dire loro: “Restate, tornate. Qui c’è ancora vita. Quella che rimane, quella che si rinnova, quella che ritorna”.
Se potesse salutarci adesso, forse lo direbbe proprio lui: il maestro, il vecchio ancora giovane, Luigi Verduci. Un uomo semplice, che merita un grazie immenso dalla sua — e nostra — Catanzaro.
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