
di FRANCO CIMINO
La città è avvolta da un silenzio che non fa male. Non è quello del sabato dopo cinque giorni di traffico e di rumori assordanti, compreso quello festoso degli studenti che escono da scuola correndo. Non è neppure quello delle domeniche d’estate o dei giorni particolari di Ferragosto e Pasquetta.
È un silenzio diverso. È il silenzio che segue alle grida arrivate dallo stadio di Monza e a quelle che si sono levate nelle case di Catanzaro e di tutta la Calabria, davanti a quel televisore che, dalle 20 alle 22.30, ha trasmesso immagini davvero epiche. Immagini che si muovevano tra la vigoria e l’eleganza di ragazzi in maglia giallorossa che inseguivano un pallone e quelle degli applausi, delle lacrime e degli abbracci di venti giovani, più uno un po’ più grande di loro, e di un elegante signore che ieri appariva ancora più alto della sua già notevole statura. I suoi capelli folti e bianchi, sotto la luce dei riflettori e quella della luna, sembravano argento appena lucidato.
Il silenzio di questo sabato mattina è il silenzio di una città che dorme ancora. Non per la stanchezza della sera precedente o per la lunga attesa dei giorni che l’hanno preceduta. È il silenzio di una città, e di una regione intera, che continua a sognare e che quel sogno vuole trattenere. Un sogno che nessun risultato sportivo può infrangere.
Perché quel sogno va oltre l’impresa calcistica. Va oltre le ambizioni del Catanzaro, oltre gli obiettivi che questa squadra si è posta per il prossimo campionato. Va persino oltre la speranza, ormai concreta, di raggiungere finalmente quel traguardo che attendiamo da tanto tempo.
È un sogno che illumina una realtà rimasta troppo a lungo nascosta sotto la pelle di questa regione e nel cuore profondo della nostra città. Senza timore di apparire retorico o poetico — e mi si perdoni persino qualche concessione al “filosofismo”, se mi è consentito questo neologismo — si può affermare che il Catanzaro di ieri sia stato, come accadde nei primi anni Settanta, l’intera città di Catanzaro. Tutta.
Vecchi e giovani, bambini e adulti, donne e uomini, operai e disoccupati, pescatori e universitari. Quartiere dopo quartiere, dalla Marina fino alle zone più alte della città. Persone colte e meno colte. Tutti, davvero tutti, a sentirsi pienamente catanzaresi. E se lo affermo io, che ho sempre distinto — anche da un punto di vista sociologico e politico — la tifoseria dalla cittadinanza, credo che lo si possa credere. È davvero così. Catanzaro intera è uscita dallo stadio di Monza.
Come avvenne per la prima promozione in Serie A, che oggi sembra lontanissima, appartenente quasi a un’altra epoca, Catanzaro e il Catanzaro sono stati la Calabria intera. Non solo quella che vive ogni giorno tra difficoltà materiali e speranze spesso frustrate all’interno dei confini regionali. Ma anche quella Calabria dispersa in tutto il Paese: da Milano a Torino, da Padova a Firenze, da Roma a Genova, e in tutte le altre città dove i nostri corregionali hanno trovato lavoro, costruito famiglie e fatto nascere figli con un DNA calabrese che il tempo non può cancellare.
Questa Calabria si è riunita intorno alle bandiere giallorosse. E insieme, quella che vive qui, quella del Nord, quella d’oltreoceano e quella sparsa nelle nazioni europee, si è ritrovata a tifare Catanzaro per sentirsi autenticamente calabrese. Una calabresità fatta degli stessi valori espressi da questa squadra: ardimento, coraggio, volontà incessante, spirito di sacrificio, combattività, attaccamento alla maglia, passione sportiva, lealtà, onestà, finezza tecnica e spirito operaio. Speranza e sogno, sudore e lacrime, determinazione e fiducia nelle proprie possibilità. Intelligenza e fantasia, tecnica e operosità, orgoglio e umiltà.
Nell’impresa di ieri, che sul piano morale consacra il Catanzaro vincitore del campionato, c’è anche la bellezza complessiva della nostra terra. Su quel campo si poteva intravedere la poesia di Leonida Repaci, capace di raccontare le meraviglie della Calabria. C’era il dolore narrato da Saverio Strati, la profondità del pensiero dei nostri filosofi, la lucidità dell’analisi di Corrado Alvaro. C’era perfino la lingua poetica di Achille Curcio, dal quale mi aspetto una poesia dedicata a questa Calabria e a questo Catanzaro che io stesso fatico a rappresentare con parole che scorrono come un fiume in piena.
Questa Catanzaro e questa Calabria non nascono ieri. C’erano già.Ci sono sempre state. Recluse, timorose, spesso nascoste o tenute nascoste. Ma presenti. Avevano soltanto bisogno di uno scossone. Di un trauma d’amore. Di uno shock positivo, di qualcosa di capace di rompere gli schemi. E questo è arrivato grazie a questa squadra e a questa dirigenza, che hanno dimostrato come, con i nostri mezzi, con le nostre forze e con la nostra bellezza, si possa diventare ancora più grandi di quanto la nostra storia e la nostra cultura ci abbiano già reso. Adesso bisogna crederci.Non soltanto nella Serie A.
Bisogna credere nella capacità della CalabriA di unirsi davvero e di combattere insieme per il progresso, la democrazia e lo sviluppo. Unirsi intorno a Catanzaro, non soltanto per il Catanzaro.
Lasciarsi unire da una città nuova, desiderosa di uscire dalla profonda crisi che la affligge da troppi anni.Perché Catanzaro non è soltanto il Catanzaro: è il capoluogo della Calabria.Così come il Cosenza, la Vibonese, il Crotone, la Reggina e la Vigor Lamezia non sono soltanto squadre di calcio, spesso contrapposte dalla rivalità sportiva. Sono città importanti e belle della Calabria che, insieme e unite, possono contribuire alla costruzione di una nuova regione. Una Calabria che rinasca dalla sua storia e dalle sue bellezze. Bellezze e storia che, sebbene spesso deturpate, rappresentano ancora risorse preziose per costruire una Calabria più ricca, moderna e progredita. Una Calabria che, fedele alla propria cultura e al proprio sentimento mediterraneo, si apra ai popoli che si affacciano sul Mare Nostrum e diventi davvero un ponte tra civiltà diverse. Tra l’Europa e un mondo oggi ferito da troppe violenze. Grazie, Catanzaro Calcio. Per averci restituito questo sogno e per averci ricordato che spetta a noi, calabresi, trasformarlo in realtà.
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