Cimino ricorda Maria Ciardi, la bella signora di Napoli che ha scelto di vivere a Marina di Catanzaro

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images Cimino ricorda Maria Ciardi, la bella signora di Napoli che ha scelto di vivere a Marina di Catanzaro


  08 febbraio 2026 18:08

di FRANCO CIMINO


Essere di Marina perché vi si è nati, o perché si hanno radici profonde e legami lontani, richiami classici del sangue che scorre nelle vene, é facile. Lo è anche per chi  Marina non ha mai amato. Ovvero, l’ha trascurata, ovvero ancora dimenticata. Lo sarebbe anche per coloro i quali l’hanno abbandonata, pur vivendoci, ai saccheggi e alle rapine dei territorio su cui è stato fatto calare tutto il brutto che l’ha rovinata. È questo senza dir mai nulla. Neppure adesso che questo nostro luogo sembra non riconoscibile. Essere, però, di Marina da  “straniero“, o foresteru, come diciamo noi,  non è solo difficile.

Sembrerebbe quasi impossibile. Ma se ci metti il cuore e decidi di amarla pur non avendo parenti e amici qui, quel difficile diventa opera straordinaria. Quasi artistica, sicuramente bella. E nell’azione e nel sentimento. La signora Maria Ciardi, vedova Ceci, era una di questi marinoti di cuore. Era, al passato, perché se n’è andata ieri, dicono i  manifesti di lutto. L’ultimo passaggio l’ha fatto, ieri, sabato, alle sedici, nella chiesa madre di Marina, dicono i gli stessi manifesti. E la tristezza si aggiunge alla sorpresa di quanti l’hanno conosciuta e vissuta quotidianamente per cinquant’anni.   Anche di chi, come me, non la vedeva da un bel po’. “Ma come, è morta a signora Ceci?  Chidra d’a pizzeria? Ma non è possibile, non può morir una persona come lei!” Questo avranno, con me, pensato e detto i marinoti “ antichi e nuovi”.

Eh Sí, la signora Ceci era una Donna vera. Una di quelle toste. Un Donna che aveva la forza maschile e la tenerezza femminile. La rabbia e la dolcezza. La ribellione e la moderazione. La dignità e l’umiltà. L’orgoglio e la semplicità. Il coraggio,soprattutto. Un coraggio da leone veramente e non retoricamente. Con il quale aveva affrontato tutte le situazioni che possono capitare nella vita di una persona, che vive intensamente. Il primo coraggio, lasciare la propria città, Napoli, con tutte le sue meraviglie e bellezze, contraddizioni e opportunità.

E per scendere in Calabria e in un quartiere di una città anch’essa non priva di contraddizioni e difficoltà. Già madre di tre figli o anche di più io credo( l’emozione e la spontaneità con cui scrivo mi impediscono di accertarmene con esattezza), segue il marito in una avventura straordinaria. Allo stesso posto in cui si trova oggi, bella e ammodernata, impiantano, lei e il marito, una piccola pizzeria che via via cresce in clientela e in gradimento. E anche in spazi interni ed esterni. Pochissimo tempo, e  la pizzeria Ciro diventa un punto di di riferimento, di convivialità e di incontri non solo culinari. In questa pizzeria la signora Maria lavora dalla mattina presto fino a sera tardi. Ininterrottamente. Instancabilmente.

Mai un giorno che se ne sia allontanata, se non per la perdita dei genitori  nel rapido ritorno a Napoli. Mai una vacanza. Mai una sosta per malattia. E tutto ciò senza mai rinunciare ad essere Mamma. Mamma attenta e protettiva. Soprattutto educatrice. Di quella pedagogia in cui la formazione morale dei figli si univa alle diverse modalità di apprendimento di  ciascuno. Dei primi e degli altri che poi sono venuti fino mi pare al numero di sei. Tutti e ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità. E anche secondo le proprie singole volontà. Questa madre non ne ha trascurato alcuno. Tutti amati in egual modo. Anche se all’ultimo della nidiata sembrava, agli occhi nostri di marinoti, riservasse un’attenzione maggiore. Un amore più grande. Una simpatia più diffusa. Forse, è stato così. Ma non certamente privando gli altri figli di neppure un grammo dell’amore e della stima sconfinati che lei nutriva per ciascuno di loro. Il primo indirizzo che lei dava era quello della scuola. Quella preziosa madre non aveva studiato e come tutte le mamme voleva che i figli studiassero il più a lungo possibile.

Ma fino a un certo punto, però, quello della loro singola resistenza rispetto a questo mandato. Ma niente drammi se non volevano continuare fino agli studi universitari. Perché lei, con il marito, aveva ben chiare le idee. Ma soprattutto una, la più educante, quella di portarli ad osservare fino in fondo il senso del dovere. Nel quale vi era quello di lavorare intensamente e con umiltà per guadagnarsi il pane per se stessi e per i figli loro che sarebbero arrivati. Come sono arrivati, regalando a lei tanti nipoti, che l’hanno amata in maniera straordinaria, rispettandola e seguendola negli insegnamenti che lei non ha mai smesso di dare. 

E io posso dirlo bene, perché la mia casa si trovava a soli 100 metri da quella pizzeria. Per cui non c’era giorno in cui  io non vi passassi e a qualsiasi ora e non la vedessi sempre intenta a lavorare. Ho visto anche come ha cresciuto i figli. E come li ha educati all’amore per i propri genitori. Amore incondizionato. Unitamente al rispetto. Sempre si deve amare il padre e la madre. Sempre si è obbligati moralmente a rispettarli, il padre e la madre. Anche perché è da questo duplice atteggiamento filiale che nasce e si sviluppa il sentimento fraterno. Cioè, quel legame che tiene uniti i figli tra loro, portandoli a difendersi reciprocamente senza che mai uno solo di essi restasse indietro. I figli della bella signora napoletana si sono voluti sempre bene e sempre si sono rispettati. E sempre si sono aiutati tra di loro.

Quella pizzeria è stata una scuola e una palestra di vita per ciascuno di loro. È anche una sorta di officina nella quale apprendere uno dei mestieri più difficili, il pizzaiolo. Che non è soltanto impastare e infornare  le pizze. É molto di più, rendere un servizio di buona qualità e di buona cortesia ai clienti. La maggior parte dei quali diventava loro amici o comunque conoscenti e assidui frequentatori. La stessa regola, da questo statuto  familiare, è valsa per i nipoti. Tutti a studiare. Tutti a lavorare.

Tutti a sentire il dovere di essere utili per sé  stessi e per gli altri. Io posso parlarne con certezza perché li ho visti crescere tutti. E i figli e i nipoti, tre dei quali sono stati anche mie alunne, tre ragazze bellissime ed educatissime, al Liceo delle Scienze Umane. La bella Signora Maria era una combattente nata. Donna schietta e sincera non conosceva la falsità né l’ipocrisia. Se aveva qualcosa da dire, certamente non la mandava con altri. La sua parola era sempre bella, pulita,  affettuosa. Per tutti ne aveva una buona accompagnata da consigli e incoraggiamenti.

Tutti intelligenti e saggi. E li accompagnava da quel sorriso così aperto e pulito, che ti riempiva il cuore e ti illuminava gli occhi quando avevi la fortuna di riceverlo. La bella signora di Napoli è stata un punto di riferimento per Marina. Sempre rispettosa di questo territorio e di tutta la comunità. Sempre disponibile a dare una mano a chiunque ne avesse bisogno. Lasciava per poco tempo il lavoro solo per partecipare a quelle manifestazioni, di sentimento popolare o di cerimonie civili e religiose importanti, anche per sentirsi partecipe della vita di quella comunità e per far sentire la sua presenza a tutti noi. 

È stata una Donna che non si è mai arresa,  neppure di fronte a dolori grandi. Ai quali non ha mai ceduto nulla della sua dignità, del suo onore, del suo orgoglio. E nulla della sua straordinaria generosità.anche di comprendere e perdonare.  Nessuno, dico nessuno, ha mai trovato, al bisogno, la sua porta chiusa. Ha sempre accolto tutti. Non ha mai avuto odio e risentimento per alcuno mai. Sempre disponibile. “Pare”, anche oggi che è andata via,  di vederla con quel sorriso aperto e le sue braccia spalancate in accoglienza e in protezione. Con questo suo cuore immenso ha amato, facendola sua, la nostra Marina. Il suo luogo del cuore verso il quale aveva soltanto gratitudine per quello che da essa ha ricevuto, mentre con umiltà lei ha sempre dimenticato tutto il bene che ha donato.

Qui  da noi, a due passi dal profondo mare, ha piantato altre radici, ma non ha mai reciso quelle originarie. Le prime. Cinquant’anni a Marina, e mai che avesse dimenticato la sua lingua originaria. Parlava poco l’italiano e per nulla il nostro dialetto. Ma solo la lingua napoletana. E con tanta simpatia, lei a renderla ancora più bella e più simpatica di quanto non sia. Che bella persona, la  dolce signora Maria. La napoletana di Marina. Grazie per esserci stata. E di essere rimasta anche dopo quest’ultimo passaggio. 


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