
di FRANCo CIMINO
Mannaggia, se ne stanno andando via tutti da questa città che sembra sempre più vuota.
Ieri, sia pure a un’età considerevole e rispettabile dinanzi alla morte — ma non per questo meno dannosa per la nostra comunità — è andata via una signora nobile e bellissima, Valeria Pucci Ferrara, per tanti anni nota come la moglie del grande presidente della Regione Aldo; ma, dopo quella morte, riconosciuta per le sue qualità umane e intellettuali e per il suo coraggio esemplare di madre. Oggi l’altra notizia, ancora più dura: se n’è andato Paolo Turra. Un nome che forse dice poco ai molti catanzaresi distratti, ma che ha lasciato un segno delicato e profondo del suo cammino in questa vita e sulle strade della nostra e della sua amata Catanzaro. Della quale amava tutto e della quale conosceva tutto: le strade, i vicoli, i palazzi, le chiese, i musei, le botteghe, e quelle più chiuse e nascoste, più piccole e lontane: le botteghe d’arte.
Conosceva tutti gli artisti, di qualsiasi espressione creativa: pittori, scultori, scrittori, poeti. E li amava. Partecipava a tutte le mostre e a tutti gli incontri in cui si discutesse di quelle opere, di quegli artisti.
Amava il teatro. Di quell’amore vero con il quale si ama il teatro. L’amore fatto di conoscenza, di studio, di attenzione, di frequentazione dei teatri e di presenza alle rappresentazioni in cui le sue diverse condizioni personali gli consentissero di esserci. Amava il teatro con quell’energia straordinaria che è la passione per quelle quattro tavole: per chi vi saliva, per la fatica di chi vi operava, dagli attori principali a quelli minori, alle diverse maestranze, agli umili operai che lo rendono piacevolmente disponibile per gli spettatori.
Passione accesa per quegli autori che più lo catturavano e che aveva studiato prima e dopo aver visto in scena le loro rappresentazioni. Passione per i personaggi grandi, che dalle commedie e dai drammi scritti e poi rappresentati, venivano fuori come giganti di quell’umanità che non vedevamo. Quei personaggi che ce la ricordavano, mostrandocela tra ironia e durezza, affinché anche dalla storia del teatro, anche dalla narrazione “commediografica”, si potesse acquisire quella coscienza critica con la quale rapportarsi alla realtà per cambiare la stessa società.
Passione per il teatro come mezzo di elevazione culturale della società catanzarese e di quella calabrese più in generale. Perché anche per lui, Paolo, questa nostra realtà potrà cambiare soltanto se crescerà il livello della cultura, intesa sia come conoscenza sia come consapevolezza del nostro ruolo qui, in questo mondo, del nostro dovere di renderlo migliore.
Passione per quella cultura che si sarebbe potuta trasferire nelle giovani generazioni anche attraverso il teatro, affinché diventassero davvero motori di cambiamento e forza per i sogni dei ragazzi, spingendoli oltre il limite apparentemente invalicabile della loro città. Di questa nostra città, che non abbiamo saputo aprire, come sua vocazione naturale detterebbe, al mondo intero.
Se ne va con Paolo un attore vero. Ma incompreso. E qui per nulla valorizzato. Tanto poco considerato da chi, anche attraverso il pubblico inteso come potere politico, in una terra povera come la nostra, in una città arretrata come la nostra — entrambe prive di una reale forza per la trasformazione economica — detiene però quel piccolo potere per la promozione della cultura e dei teatri, e lo ha esercitato nel modo misero in cui è stato fatto.
Chi opera nel campo delle programmazioni, in cui si spendono somme anche considerevoli per compagnie — non tutte di alto livello — esterne, non guarda neppure un poco alle tante che in Calabria sono davvero di scuola alta.
Ribadisco nuovamente da qui questo pensiero perché rappresentava una doglianza di Paolo. Chiunque lo abbia conosciuto a fondo o anche soltanto un poco non può non averla conosciuta, questa sua tristezza. Che egli non riferiva a se stesso e alla sua carriera personale, perché un’umiltà profonda, radicata in lui, non glielo consentiva. Soffriva per l’arte teatrale in generale, per la sottovalutazione del valore degli artisti calabresi.
Egli era pure un poeta e amava i poeti calabresi, da Costabile al nostro Achille Curcio. Ma da attore puro, pienamente formatosi, egli si sentiva sempre allievo, innamorato com’era anche di Pino Michienzi, che considerava tra i più grandi in assoluto a livello nazionale. Oppure di Eugenio Masciari, grande regista, commediografo e attore qui da noi dimenticato, invece ancora tra i più grandi del Paese. Come in diversi modi attore bravo è stato Maurizio Comito o come lo è la bellissima e grandissima Annamaria De Luca, che altrove sarebbe regina dei teatri e che qui fatica a mantenere aperto quel laboratorio d’arte e cultura a Badolato.
Paolo diceva tutto questo con gli occhi, non con la parola di protesta né con atteggiamenti istrionici. Timido, educato, sensibile, gentile, egli si esprimeva con forza quando recitava. Quel corpo esile, da apparire minuto e fragile, su qualsiasi palco diventava gigante. E quella sua voce piana e leggera, quando comunicava nelle conversazioni, diventava tonante, rumore di tuono nel cielo dell’arte ancora grigio verso nuvole pesanti.
Da un po’ di tempo non lo si vedeva dalle nostre parti. E io non domandavo. Come molti, credo, non abbiano domandato. Discreta la sua lunga presenza, silenziosa la sua assenza, rumorosa oggi, però, la sua partenza.
Quanti anni aveva Paolo? È la domanda che siamo sempre portati a fare quando qualcuno scompare. Domanda maleducata, sempre. E domanda inquieta quando la si fa al passare dei nostri anni che, facendosi pesanti, temiamo che l’età di chi scompare possa avvicinare quel pericolo anche per noi.
Ma domandare quella di Paolo oggi sarebbe davvero inutile. Perché non troverebbe risposta. Paolo, con quel volto sempre fanciullo e quegli occhi sempre sognanti, quella parola sempre delicata, quegli sguardi sempre teneri, ce lo conserverà per quello che lui è sempre stato anche fisicamente: un bambino, un ragazzo, un giovane che si è fermato sempre a quella età.
Domani all’Immacolata ci saranno i funerali. Mi piacerebbe vedere una chiesa gremita, con tanti artisti di ogni genere presenti e tanta rappresentanza della città, in particolare di quella gente umile e semplice che lui tanto amava.
Mi piacerebbe anche che, per onorare — pur tardivamente — tutti quegli artisti che sono andati via quasi in forma anonima, si accendessero le luci più belle, si abbrunassero le nostre bandiere e che, sul gonfalone della Città posto davanti al suo letto di legno, un nastro nero lo distinguesse dai colori che erano nel suo cuore ardente di catanzarese acceso.
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