Cimino: "Una signora bella di nome Stefania, le sentenze della giustizia e i tribunali mediatici nella verità che trionfa"

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images Cimino: "Una signora bella di nome Stefania, le sentenze della giustizia e i tribunali mediatici nella verità che trionfa"
Franco Cimino
  02 febbraio 2022 12:32

di FRANCO CIMINO

Le sentenze si rispettano e le inchieste non si contestano. Ovvero, le sentenze bisogna accettarle e le inchieste non si “indagano”. Io ho sempre rispettato questa regola non di principio e non formalizzata, anche se nella prassi necessitata, per molti essa deriva da una sorta di soggezione verso il sistema giudiziario erroneamente inteso, e oggi ancor più percepito, come potere.

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In Democrazia la prima regola è la fiducia del cittadino verso le istituzioni. La seconda è quella di mantenere gli occhi puntati, come fari, sulle autorità e la mente accesa, come un fuoco, sui loro comportamenti e sull’uso che fanno delle istituzioni. Insomma, vigilare per capire e agire di conseguenza, essendo la volontà popolare un vero potere democratico proprio perché limitato solo dalla norma e dalla autonomia delle istituzioni. Le sentenze si rispettano e le indagini pure, per la semplicissima ragione che chi non conosce le leggi e gli atti non ha titolo per “sentenziare”. Ma le indagini vanno svolte all’interno delle Procure e nelle sedi di polizia deputate, a finestre e a porte serratamente chiuse. E i processi, nei tribunali aperti al pubblico, nel tempo necessario e perciò il più breve. Necessario, al processo. Breve. per la giustizia che il processo deve affermare rispetto a due componenti che trepidanti la attendono: l’imputato, con la parte offesa presunta, e la società che ordinatamente vive se i fatti di giustizia sono pienamente realizzati.

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Ma la Giustizia deve avere un di più da se stessa. Affinché possa essere giusta deve pienamente deve compiersi in tempi brevi. Appunto, necessari al processo e brevi per le persone e la società. Una sentenza che arrivi alle calende greche, finisce con l’essere comunque ingiusta. Drammaticamente ingiusta se l’imputato viene dichiarato innocente dopo lunghi anni di attesa e i tanti processi che ha dovuto subire nelle piazze, laddove si consuma rapidamente la peggiore delle condanne, il ludibrio e il disprezzo della gente, la loro inappellabile condanna morale. Quindi la discriminazione. E l’isolamento. Tanti anni così pesano come un macigno sulla vita di una persona e su quella della sua famiglia.

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In questi giorni si è chiuso il lungo iter giudiziario passato sotto il nome di “multopoli”. Quanto tempo è durato? Una vita. L’inchiesta era giusta? Se è stata intrapresa, per effetto di quel principio, sì. La sentenza è giusta? Idem. Ma quel tribunale della piazza che, presieduto da una parte del sistema massmediale calabrese, ha divorato, attraverso la diffusione di intercettazioni telefoniche e ambientali da gossip senza alcun interesse per i reati contestati, parte delle vite delle persone oltre che le carriere politiche, possiamo giudicarlo noi che ne abbiamo fatto parte una volta per tutte? Possiamo condannarlo per oltraggio alle vite e attentato alla salute di liberi cittadini o no?

Possiamo, partendo da noi stessi, dalla nostra più intima coscienza, deciderne finalmente la chiusura per il bene di una Città che ha bisogno di riprendere a vivere nelle serenità e nell’impegno corale per la sua crescita anche civile? Io credo che ne abbiamo il dovere. Anche per restituire, pur se tardivamente, diritti a chi se li è visti sottratti dalla sua comunità. In questo campo io sono il primo a dichiararmi colpevole pur se, com’è noto a chi mi conosce, i miei ragazzi in particolare, che non ho mai utilizzato la pratica del pettegolezzo, del dileggio della persona, e quella della salita in cattedra per giudicare. L’unica cattedra che conosco è quella della scuola, da cui ho impartito insegnamenti di tutt’altro genere. E, tuttavia, mi sento colpevole, nei confronti di una persona. Di più perché è donna, la figura più esposta al linciaggio morale. Era tra le “attenzionate” da quella inchiesta e la più attesa al processo mediatico. La conoscevo e in quei giorni drammatici non la chiamai.

Pur stimandola moltissimo e ritenendola assolutamente lontana, anche per educazione familiare da qualsiasi atto pubblico e privato che potesse contrastare anche di un millimetro la propria condotta morale, non la cercai. Apprezzai, sì, e molto, la sua immediata decisione di dimettersi da ogni incarico (assessore e consigliere comunale) e, da signora della politica, anche di rinunciare agli incarichi importanti che successivamente le furono offerti, ma non la cercai. Le fatiche del vivere quotidiano e questo tempo che passa troppo in fretta consumando rapidamente lo stesso singolo giorno di cui si compone, me la fece perdere di vista.

Anni in cui non la vidi e non me ne preoccupai. L’ho incontrata in questi giorni raggiungendola per la dolorosa scomparsa del suo adorata papà, persona stimatissima a Catanzaro e da me anche con simpatia. L’ho vista addolorata due volte, di un dolore duplice e quasi eguale. Al primo si è aggiunto quello per la felicità trattenuta nella sentenza che proprio in quel giorno l’ha vista assolta da ogni ipotesi di reato. Era serena e come sempre generosa. Non manifestava odio per nessuno. Neppure per i giudici di quella piazza di un falso tribunale del popolo. Le sue parole tenere ma non fragili, come ella stessa si considera quale donna: “della carriera politica interrotta nel massimo del mio servizio, non me ne dolgo, la Politica e Catanzaro restano sempre la mia passione, anche se per una donna farla da queste parti è davvero un’impresa enorme, ma chi mi restituirà tutti questi anni della mia vita? E delle mie notti insonni, della mia rabbia repressa, della forza inapplicata nel mio impegno per la Città e questo quartiere che ne sarà? E di mio padre che per soli due giorni non ha potuto godere di questa sentenza che mi rende giustizia, chi si dispiacerà.”

Una lezione, questa donna ancora ragazza che conserva tutta intera la sua bellezza unitaria, ha dato a me, saputello in tutto, una grande lezione. Di umanità. Di politica. Di alta moralità. Di rispetto delle istituzioni. Io non so se questa politica, resasi sempre più brutta col passare di questi anni, l’abbia attesa e se lei abbia ancora voglia, come io spero, di farla, ché di donne in gamba si ha bisogno come il pane. So che la Città, in quella parte, anche se piccola, di cui ho detto, le deve tanto. Le scuse, innanzitutto, che si traducano magari in un repentino cambio di mentalità e, per quella parte del suo sistema d’informazione, in una lettura esclusiva e obiettiva dei fatti, operando, essa stessa informazione, a riparare le persone e la lo loro dignità umana da ogni assalto insopportabilmente disumano.

Ah, dimenticavo: la donna gentile e ferita ma restituita pienamente alla sua vita si chiama Stefania. Stefania Logiudice. Che certamente avrà sentito la gioia e la carezza del padre nel momento di questa ritrovata serenità. Ché i padri, non se ne vanno mai dalle nostre vite di eterni figli. Specialmente, se li abbiamo saputi amare e onorare.

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