Cimino: "Vai a un funerale e ricevi una bella lezione di vita, quella straordinaria di Giuseppina a Vallefiorita"

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images Cimino: "Vai a un funerale e ricevi una bella lezione di vita, quella straordinaria di Giuseppina a Vallefiorita"


  26 giugno 2026 18:10

di FRANCO CIMINO

Mi telefona Luigi. La sua voce è quella di sempre, piana e silenziosa, ma con una tristezza che avverto sin dal primo tono.

Mi dice:

«Prof., è morta l’adorata nipote di don Pino Silvestre. So quanto tiene a questo amico prezioso e ho voluto dirglielo perché possa decidere se venire.»

Sono legato a don Pino da una sincera amicizia, ma soprattutto da un’enorme stima per il bel prete che egli è: buono, caritatevole, generoso, coraggioso. E, soprattutto, colto. Di quella cultura raffinata che non è soltanto teologica, ma anche filosofica e sociologica, nel senso che le sue profonde conoscenze, applicate a un pensiero originale, gli consentono di leggere la realtà prima ancora di affidarla ai princìpi del Vangelo e al nostro dovere di viverli.

È naturale che gli risponda subito che desidero esserci, per esprimergli la mia vicinanza e la mia solidarietà.

Luigi mi dice che potrò andare con lui e con Sebastian, anche lui molto amico e, direi, figlio spirituale di don Pino.

Così ci diamo appuntamento sotto casa mia, approfittando della loro cortesia nel darmi un passaggio in auto.

Si ricompone così quel trio che la vita ha voluto unire nelle circostanze più delicate, quelle in cui il dolore che incontriamo — un dolore che diventa anche nostro — si accompagna sempre all’insegnamento che da esso riceviamo.

Questo nostro piccolo gruppo ha avuto inizio nell’ultimo saluto, terreno ma non spirituale, al nostro amatissimo monsignor Antonio Cantisani, il grande vescovo. Da allora continuiamo a ritrovarci, uniti da un’amicizia buona e discreta.

Così il Gigante, il Vecchio e il “Bambino” si mettono in viaggio verso Vallefiorita, il bel paese tra Squillace e Girifalco.

In auto ci scambiamo poche parole. Anche perché il viaggio ci sembra così breve che, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo già in fondo a una folla immensa che accompagna il funerale verso la chiesa.

Mi faccio largo soprattutto perché ho bisogno di sedermi: un problema al piede non mi avrebbe consentito di restare in piedi per tutta la durata della celebrazione.

Fino a quel momento la mia presenza è dettata soprattutto dal dovere dell’amicizia verso un uomo così duramente colpito e dalla spontanea solidarietà che si deve a chi attraversa un lutto tanto grande.

Della persona scomparsa, però, non conosco nulla. Non so quanti anni abbia, quale professione svolgesse, se fosse sposata, con chi, se avesse figli. Non so davvero niente.

Guardo allora lungo la navata della chiesa. Osservo i banchi, le pareti, il fondo dell’edificio, dove decine e decine di persone sono rimaste in piedi perché non hanno trovato posto. Ovunque vedo volti attraversati da un dolore sincero e tanti occhi pieni di lacrime.

Ci sono uomini e donne di ogni età, giovani e anziani.

Ai piedi dell’altare, però, noto tante ragazze raccolte attorno a una maglietta bianca sulla quale è stampata l’immagine di una donna giovane e bellissima.

Qualcuna non riesce a reggere il peso, non del caldo o della stanchezza, ma del dolore, ed è costretta a sedersi.

Anche quel picchetto d’onore composto da quattro vigili urbani — due donne davanti e due uomini dietro — mi induce a riflettere. Comprendo allora che la donna alla quale stiamo dando l’ultimo saluto era una vigilessa, al servizio dei Comuni di Vallefiorita e Centrache, come conferma anche la presenza, nel primo banco, dei due sindaci con la fascia tricolore.

Dall’alto risuonano le note dell’organo.

Un coro, davvero bello, intona canti straordinari. Alcuni li ricordo dalla mia fanciullezza, altri non li avevo mai ascoltati. Il canto è così intenso che sembra quasi non voler finire.

Si interrompe soltanto quando il parroco, don Salvatore Gallelli. inizia l’omelia.

Dico “inizia” perché, in realtà, fatica moltissimo a parlare. Più volte è costretto a fermarsi, sopraffatto dal pianto. Tra un pensiero e l’altro deglutisce quel nodo che gli stringe la gola e riprende con fatica il filo delle parole.

Comincia leggendo un messaggio WhatsApp che Giuseppina — questo è il nome della giovane donna — gli aveva inviato da Milano, quando aveva compreso che la sua battaglia, durata due anni, non avrebbe avuto un seguito.

L’ultima fermata stava ormai arrivando.

Prosegue leggendo quel messaggio.

È una vera poesia. Ha le parole della poesia. Dentro ciascuna di esse c’è il cuore, e soprattutto una serenità davvero sorprendente.

«Don» — così lo chiama — «sto tornando a casa senza più quelle paure e con una serenità che mi avvolge. Sono serena nell’andare incontro alla conclusione… Spero di aver fatto bene qui…».

Seguono parole di gratitudine nei suoi confronti e di incoraggiamento a continuare il suo ministero.

In chiesa si piange.

Anch’io, ascoltando quelle parole, sento il cuore riempirsi di stupore. Anche i miei occhi cominciano a velarsi.

Poi il parroco, con un linguaggio semplice ma profondo, continua a parlare di lei. Racconta come ha vissuto i suoi trentasei anni. Finalmente conosco la sua età: non avevo avuto il coraggio di chiederla.

«È ancora una ragazza», mi dico.

Le emozioni mi travolgono. Non ho nemmeno il tempo di domandarmi, guardando verso l’alto, come possa essere possibile una simile ingiustizia.

È davvero difficile accettarla.

Viene quasi da ribellarsi, da gridare. Anche a noi. Anche a me, che ho due figlie poco più giovani di lei, e a questi miei due giovani amici che hanno pressappoco la sua stessa età.

Poi il mio sguardo si posa sul primo banco, davanti al feretro.

Vedo quel padre che quasi non riesce a reggersi in piedi. Si aggrappa al braccio della figlia più giovane, la secondogenita, come se le dicesse, senza parole: «Sorreggimi, ma non lasciarmi».

È un gesto che sembra voler trattenere ciò che la vita gli sta strappando. Come se dicesse al Signore della vita, o alla vita stessa: «Questa no. Questa non me la portare via».

Accanto a lui c’è la madre.

Ha gli occhi fissi sull’altare. Il volto è pallido, ma gli occhi sono asciutti. Lo sguardo è immobile, il viso teso, privo perfino delle smorfie che spesso accompagnano il dolore.

Poco più in là siede la nonna.

Piccola, quasi invisibile. Il dolore sembra averla rimpicciolita ancora di più, schiacciandola nel silenzio.

Anche lei resta immobile.

È allora che trattengo dentro di me quella domanda.

Mi guardo bene dal formularla.

Mi aggrappo anch’io a quella dignità con la quale si può sopportare un dolore che non trova parole. Un dolore che basta immaginare per sentirsi crollare.

Perché non esiste sofferenza più grande di quella di un padre o di una madre che perdono un figlio.

Non importa quale sia l’età dei genitori. Né quella del figlio che se ne va.

Ma quando i genitori sono ancora giovani e quella figlia ha soltanto trentasei anni, allora il dolore diventa insieme uragano, vulcano acceso, terremoto.

Tutto sembra precipitare addosso come un bombardamento di stelle che cadono dal cielo, trasformate in missili devastanti.

Il parroco continua.

Continua a parlare di Giuseppina. Non più soltanto dei suoi trentasei anni, vissuti con amore, generosità, devozione verso la famiglia, rispetto delle istituzioni e con quel profondo senso del dovere che l’aveva accompagnata nello studio, fino alla laurea in Giurisprudenza, e poi nel servizio alla collettività attraverso il suo lavoro.

Ma, soprattutto, ci racconta gli ultimi giorni della sua vita.

Venti giorni. Forse trenta. Forse quindici.

Poco importa contarli.

Perché, nella memoria di chi l’ha conosciuta, essi si raccolgono in un unico tempo: quello durante il quale Giuseppina ha mostrato una forza d’animo straordinaria, una compostezza rara, una dignità luminosa, un coraggio silenzioso e una serenità che lascia senza parole.

Un affidarsi pieno.

Un affidarsi certamente sostenuto dalla preghiera, ma anche da una pace interiore che cresceva mentre trascorrevano le ore, i giorni, i minuti.

Come se respirasse fino in fondo ogni istante che le restava.

Come se andasse incontro all’ultimo appuntamento non con paura, ma con la certezza di incontrare l’Amore e di lasciarsi finalmente avvolgere da esso.

E io continuo a domandarmi, dentro di me:

«Com’è possibile tutto questo?»

Come può una ragazza che avrebbe ogni ragione per gridare la propria rabbia, per protestare, per sentirsi vittima di un’ingiustizia tanto grande, accogliere tutto con una serenità così profonda, senza neppure chiedere: “Perché proprio a me?”»

Eppure quella domanda — ci dice don Salvatore — Giuseppina non l’ha mai pronunciata.

Perché chiedere «Perché a me?» significa, in fondo, desiderare che quel dolore tocchi qualcun altro al posto nostro.

Che grandezza!

Che immensa bellezza umana.

Piange il don .

Suda di dolore, non di caldo. Quel fazzoletto che tiene in tasca lo estrae più volte, per asciugarsi il volto, ma soprattutto gli occhi. Eppure continua a parlare.

Poi, un attimo prima di dare la parola ai due sindaci, alla collega di lavoro e alla capitana della sua squadra di calcio per il saluto finale, legge una lettera.

Una lettera scritta a mano da Giuseppina.

L’aveva custodita per cinque giorni nel tabernacolo, da quando lei gliel’aveva affidata.

È una lettera d’amore.

Una lettera come non ne avevo mai viste, né lette, né ascoltate.

Giuseppina saluta tutti.

Comincia proprio dal suo parroco.

Poi si rivolge alla comunità di Vallefiorita, ringraziando ciascuno dei suoi concittadini per l’affetto, il rispetto, la generosità e la vicinanza che le hanno donato durante la sua vita e soprattutto durante la malattia.

Non dimentica nessuno.

Ricorda la sua squadra del cuore e racconta come lo sport, e il calcio in particolare, insegnino a vivere con lo stesso spirito sia le vittorie sia le sconfitte, facendo di entrambe occasioni di crescita.

Si rivolge poi ai colleghi di lavoro.

Ringrazia i sindaci che, negli anni del suo servizio come vigile urbano, hanno guidato i Comuni presso i quali ha lavorato.

Per ciascuno trova parole affettuose, rispettose, riconoscenti.

Nessuno viene dimenticato.

Poi la sua voce, attraverso quella lettera, si fa ancora più intima.

Parla al padre e alla madre.

Li ringrazia per gli insegnamenti ricevuti, per averle trasmesso quei valori che le hanno consentito di diventare la persona che è stata: onesta, laboriosa, responsabile, rispettosa del proprio lavoro e delle persone, senza alcuna distinzione o discriminazione.

Rivolge quindi un pensiero pieno d’affetto alla sorella più piccola.

La incoraggia a vivere la vita con serenità e a cercare sempre la gioia, anche quando il cammino diventa difficile.

Infine si rivolge al giovane marito.

Sono parole semplici, ma di una profondità straordinaria.

Parole che, a mio giudizio, rappresentano una delle più belle dichiarazioni d’amore che una moglie possa lasciare all’uomo della propria vita.

Gli affida un solo grande insegnamento:

amare la vita è un dovere.

Poi arrivano le ultime righe.

Sono quelle più difficili da ascoltare.

Quelle dedicate alla piccola Diletta, la sua bambina di appena due anni, destinata a crescere senza la sua mamma.

Eppure Giuseppina non parla direttamente alla figlia.

Forse nessuna madre riuscirebbe a trovare parole sufficienti nel momento in cui deve separarsi per sempre dalla propria bambina.

Si rivolge invece alla comunità di Vallefiorita.

Le affida sua figlia.

Chiede che tutti la accompagnino con affetto.

Che la proteggano.

Che la sostengano.

Che la amino come si ama una figlia.

Che le raccontino della sua mamma.

Di quanto l’abbia amata.

Di quanto avrebbe desiderato restarle accanto, ma non abbia potuto farlo.

E conclude con parole che resteranno scolpite nel cuore di tutti:

«Ricordatevi anche di me, dei miei sorrisi e dei miei abbracci, perché desidero essere ricordata come una di voi che vi ha amato.»

Che meraviglia di donna!

Una donna immensa.

Eppure, ai nostri occhi di genitori, ancora una bambina.

Perché una ragazza di trentasei anni continua a sembrarci figlia. E bambina.

La Messa è terminata.

Eppure nessuno di noi se ne va davvero «in pace», con un cuore così colmo di inquietudine e di dolore.

Giuseppina resta ancora lì, davanti al sagrato della chiesa, per molto tempo, circondata da centinaia di persone.

Ci sono i suoi amici, i colleghi, i familiari, i ragazzi della squadra di calcio.

Sono loro a lanciare verso il cielo centinaia di palloncini bianchi.

Poi risuona quella canzone che lei amava tanto.

Non ne ricordo il titolo.

Non riesco nemmeno a coglierne le parole.

Sono troppo preso dall’emozione che mi tiene immobile, fino a quando Giuseppina, dentro quella macchina scura, scompare lentamente dai nostri sguardi.

Ero venuto per compiere un dovere verso un amico.

Me ne torno invece a casa portando nel cuore un dolore che ormai sento anche mio, per la perdita di una ragazza che avverto come appartenesse un po’ anche alla mia vita.

Ma porto con me anche una grande gioia.

Quella di aver ricevuto una straordinaria lezione di vita.

Io, professore.

Io, padre.

Io, uomo impegnato nella politica e nel sociale.

Io, così spesso presuntuoso da credere di sapere tante cose.

Ho ricevuto una lezione immensa.

E, ricordando monsignor Antonio Cantisani, torno a casa perfino felice di aver visto la santità vera.

Quella che si vive nella normalità dei giorni.

Quella che non ha bisogno, come diceva proprio monsignor Cantisani, di gesti straordinari, eroici o sovrumani.

Ha bisogno, invece, di gesti semplici.

Umili.

Profondamente umani.

Gesti che appartengono alla vita quotidiana e che ciascuno di noi può compiere.

Non vedo l’ora di rientrare a casa.

Voglio raccontare questa esperienza e il dono ricevuto a mia madre e a una delle mie due figlie, che in questi giorni è qui con noi, tra gli impegni di lavoro e gli affetti familiari.

E mentre, ancora commosso, racconto loro ciò che ho vissuto, rivolgo a mia figlia, senza alcuna pretesa di insegnare, un piccolo pensiero sulla vita.

Non lo riassumo qui, se non nelle parole che avrebbero dovuto essere il titolo di ogni discorso rivolto ai nostri figli, ai nostri allievi e a tutti i giovani ai quali possiamo trasmettere qualcosa.

Questo:

«Amate la vita. Sempre. E vivetela nella pienezza della sua bellezza, anche quando incontrerete le avversità e anche quando, qualche volta, inciamperete. Perché la vita è bella e va vissuta tutta, fino in fondo.»


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