Cinquanta anni di tv libere, Scarpino (Corecom) visita gli studi di Archimedia

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images Cinquanta anni di tv libere, Scarpino (Corecom) visita gli studi di Archimedia


"Dall’eredità di Tony Boemi deve nascere un Museo delle televisioni locali. Non un monumento alla nostalgia, ma un presidio della nostra democrazia"

  21 luglio 2026 11:36

Cinquant’anni fa la televisione italiana smise di avere una voce sola. La sentenza n. 202 della Corte costituzionale del 28 luglio 1976, non cancellò integralmente il monopolio pubblico: lo dichiarò illegittimo nella parte in cui impediva ai privati, previa autorizzazione statale, di installare ed esercitare impianti radiofonici e televisivi via etere in ambito locale. Fu una distinzione giuridica. Ma produsse una rivoluzione civile. Aprì l’etere alle città, alle province, ai paesi e alle comunità che fino ad allora avevano potuto soltanto ascoltare. Da quel momento poterono anche parlare.

La Calabria non rimase a guardare. In quella stagione febbrile, povera di mezzi ma ricchissima di coraggio, nacquero esperienze destinate a cambiare il modo in cui la regione avrebbe raccontato se stessa. Tra queste, Telespazio Calabria, creata dalla visione e dall’ostinazione di Tony Boemi, uno dei grandi pionieri dell’emittenza privata meridionale.

Le televisioni locali non furono piccole imitazioni delle reti nazionali. Furono altro. Furono piazze con un’antenna. Portarono nelle case il volto dei sindaci, la voce degli operai, il dolore delle famiglie, le feste dei paesi, le partite della domenica, le alluvioni, le proteste, i processi, le chiese, gli ospedali e le strade che Roma non avrebbe mai visto.

Talvolta furono artigianali. Qualche volta eccessive. Mai inutili. Senza quelle telecamere, interi pezzi della Calabria sarebbero rimasti muti. È questo il significato della visita compiuta dal presidente del Co.Re.Com. Calabria, Fulvio Scarpino, negli studi di Archimedia, accompagnato da Antonio Angotti e accolto da Vittore Ferrara, Pino Iannì e Lorenzo Ferrara. «Entrando negli studi di Archimedia – dichiara Scarpino – non ho visitato semplicemente un luogo di produzione televisiva. Sono entrato nel tempo. Vittore Ferrara, Pino Iannì e Lorenzo Ferrara mi hanno restituito, attraverso le immagini, una Calabria che credevo perduta e una Catanzaro che avevo quasi dimenticato».

«Ho rivisto il Moderno quando era ancora un albergo nel quale si cantava, si ballava e la città sembrava avere davanti a sé un futuro. Poi ho pensato a ciò che quell’edificio è diventato, a quella che considero una ferita architettonica rappresentata oggi dal palazzo della BNL. Il confronto è impietoso. Il Moderno raccontava la Catanzaro che avrebbe potuto essere. Ciò che è venuto dopo racconta, invece, una città che troppo spesso ha rinunciato alla propria bellezza».

«Quelle immagini mi hanno riportato ancora più indietro, fino allo studio fotografico di mio nonno, su Corso Mazzini. Per pochi istanti non ero più davanti a uno schermo. Ero nuovamente dentro quelle strade, tra quelle vetrine, in una città piena di persone, di insegne, di eleganza e di speranza».

Il viaggio possiede anche una dimensione familiare. «Mio padre – prosegue Scarpino – fu grande amico di Tony Boemi e, per quanto gli fu possibile, sostenne gli inizi di Telespazio. Per me, dunque, questa non è soltanto la storia della televisione calabrese. È una parte della mia stessa storia. Ma sarebbe un grave errore ridurla a un ricordo personale. Tony Boemi appartiene alla Calabria. Appartiene a tutti coloro che credettero che anche da Catanzaro si potesse innovare, produrre e parlare al Paese». L’archivio di Archimedia custodisce filmati inediti, scorci urbani scomparsi, avvenimenti pubblici e privati, volti, tradizioni e frammenti di vita quotidiana. Materiali che acquistano un valore ancora maggiore in un tempo nel quale la produzione digitale aumenta ogni giorno, mentre la memoria collettiva diventa sempre più fragile.

«Ho visto immagini di una bellezza sconvolgente. Non uso questa espressione per enfasi. Le uso perché sono un tesoro nascosto. Un patrimonio che rischia di rimanere conosciuto da pochi, mentre dovrebbe essere studiato, digitalizzato, catalogato e restituito ai cittadini, alle scuole, alle università e alle nuove generazioni».

Un ringraziamento particolare è stato rivolto al presidente della Calabria Film Commission, Anton Giulio Grande. «Anton Giulio Grande mi aveva parlato del grande lavoro compiuto da Vittore Ferrara e mi aveva mostrato, prima ancora di questa visita, un autentico gioiello, per me inedito, dedicato a Pier Paolo Pasolini in Calabria. Avevo intuito il valore di quel patrimonio. Entrando nell’archivio ne ho compreso la vastità. A lui va il mio plauso per aver saputo riconoscere e valorizzare questo lavoro».

Scarpino ha inoltre ringraziato Antonio Angotti «per avermi voluto accompagnare in questo percorso nel tempo, condividendone il significato umano prima ancora che istituzionale». Da anni più voci, fra le quali quella del giornalista Nico De Luca, propongono la creazione di un museo dedicato alle televisioni locali calabresi. Una proposta che, alla luce del cinquantesimo anniversario della sentenza costituzionale, assume oggi un valore nuovo.

«Non serve un deposito di vecchie telecamere – sottolinea il presidente del Co.Re.Com. –. Serve un luogo vivo. Un Museo delle televisioni locali e della memoria audiovisiva calabrese. Un centro nel quale conservare gli archivi, digitalizzare le pellicole, raccogliere le testimonianze dei pionieri, formare i giovani e ricostruire la storia sociale della Calabria attraverso ciò che le televisioni hanno visto e raccontato».

«Quel percorso dovrebbe partire dall’esperienza irripetibile di Tony Boemi e dal patrimonio custodito da Archimedia. Dovrebbe coinvolgere le emittenti, la Calabria Film Commission, le università, gli enti locali, le famiglie dei protagonisti e tutti coloro che possiedono filmati destinati, altrimenti, a scomparire».

Le televisioni locali continuano a rappresentare un presidio democratico perché la democrazia non vive soltanto nei Parlamenti e nei palazzi istituzionali. Vive anche in una telecamera che arriva dove gli altri non arrivano. In un microfono offerto a chi non ha potere. In un cronista che conosce il nome di una strada, la storia di un quartiere e il dolore di una famiglia.

«Cinquant’anni fa – conclude Scarpino – la Corte costituzionale liberò l’etere locale. Oggi abbiamo un altro dovere: salvare ciò che quella libertà ha prodotto. Un popolo che perde le proprie immagini perde prima la memoria e poi la capacità di comprendere se stesso. La Calabria non può permetterselo».


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