Colpo alla cosca di ‘ndrangheta emiliana: sequestrati beni per 1 milione a un noto imprenditore edile originario di Crotone

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Guardia di Finanza

Carmine Bramante, 43 anni, da molto tempo risiede nel Reggiano

  20 maggio 2021 12:37

 A circa 6 anni dalla esecuzione della nota operazione “AEMILIA” che ha disarticolato il sodalizio ‘ndranghetistico operante in regione, la Polizia di Stato e il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Emilia hanno inferto un altro duro colpo alla cosca di ‘ndrangheta emiliana.

Le inchieste giudiziarie avevano ben dimostrato, da un lato la capacità della cosiddetta “‘ndrangheta emiliana” di infiltrare l’economia locale, quella nazionale e in alcuni casi anche estera e dall’altro, che il sistematico ricorso allo strumento dell’intestazione fittizia dei beni, provento dei reati, operato dai vertici è stato lo strumento con il quale si è cercato di eludere i provvedimenti, in materia di misure di prevenzione patrimoniali.

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È in questo contesto che si inquadra l’operazione in argomento che ha riguardato un  noto imprenditore edile, di 43 anni, originario di Crotone, ma residente da molto tempo in questa provincia,  Carmine Bramante. Le attività hanno preso il via all’alba in 5 diverse località della provincia reggiana, e hanno visti impegnati circa 30 operatori della Questura e del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Emilia, i quali hanno eseguito una misura di prevenzione patrimoniale, con sequestro volto alla confisca dei beni, emessa dal Tribunale di Bologna, Sezione misure di prevenzione su proposta avanzata dal Questore di Reggio Emilia, dott. Giuseppe Ferrari. Gli operatori della polizia scientifica hanno documentato per intero le varie fasi dei sequestri, lo stato dei luoghi e dei beni appresi.

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All’uomo è stato notificato l’atto di sequestro riferito a 8 immobili, ubicati in diversi comuni della provincia reggiana, terreni annessi, ditte operanti nel settore dell’edilizia, conti correnti e auto, per un valore che si avvicina a 1 milione di euro. In particolare, in un solo conto corrente è stata reperita la ragguardevole somma di 120.000 euro. La Divisione Anticrimine della Questura di Reggio Emilia, con il prezioso supporto del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Emilia, ha impiegato circa 7 mesi ad effettuare mirate e complesse indagini, che hanno interessato le vicende giudiziarie e l’analisi patrimoniale del soggetto, ricostruendo 22 anni di vita dello stesso e dei familiari e dimostrando che i redditi percepiti dalle attività lecite, intraprese dallo stesso e dal suo nucleo familiare, non erano in alcun modo sufficienti a giustificare il tenore di vita e le proprietà acquisite nel corso degli anni. Sono state analizzate con scrupolo anche le numerose transazioni bancarie, al fine di discernere, da quelle rientranti nella normale  dinamica imprenditoriale, quelle che, invece, avevano come scopo reale lo storno di cifre e l’acquisto di proprietà per conto di taluni esponenti del sodalizio ‘ndranghetistico emiliano.

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Le investigazioni hanno preso il via dallo spunto offerto dall’indagine “AEMILIA”, nella quale la persona era stata condannata proprio per il reato di intestazione fittizia di beni, avendo fornito a due sodali della consorteria emiliana, imprenditori attivi nel reggiano, poi tratti in arresto e condannati anche di recente dalla Corte di appello di Bologna, uno “schermo” protettivo per evitare che alcuni suoi beni fossero allo stesso riconducibili e quindi potenzialmente aggredibili dai provvedimenti giudiziari. Le indagini patrimoniali hanno però permesso di documentare che il contributo consapevole dell’individuo in questione in seno alla ‘ndrangheta era continuato anche in anni più recenti e riguardava altri beni, oltre quelli individuati in “AEMILIA”. Per quanto riscontrato, l’uomo aveva cercato di portare avanti anche alcune attività imprenditoriali del menzionato vertice della cosca, di cui è peraltro stretto congiunto, occupandosi di curare in prima persona specifici interessi dello stesso (per esempio pagare le parcelle dei difensori). Inoltre, e sempre al fine di creare quante più barriere possibili nella riconducibilità delle proprietà, l’uomo aveva anche alienato, a compiacenti prestanome, un appartamento, attraverso un atto di compravendita, la cui causa giuridica è stata ritenuta dagli inquirenti solo surrettizia

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