




Il dialogo con il direttore nazionale dell’Ufficio di Pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, nel corso del quale è stata richiamata “la dimensione pastorale della cura quale espressione concreta di una Chiesa chiamata a essere prossima, accogliente e corresponsabile accanto alle persone che vivono situazioni di fragilità e sofferenza”, giovedì 21 maggio ha concluso a Falerna “Scoperchiarono il tetto” il XXVII Convegno nazionale organizzato, per la prima volta in Calabria, dallo stesso Ufficio della Cei.
Un momento di condivisione di esperienze, ma anche di approfondimento di tematiche legate al mondo della Salute, che ha coinvolto esperti ed amministratori regionali e nazionali in quello che è stato un confronto a 360 gradi sul tema del convegno che si è ispirato al brano del Vangelo nel quale si parla del paralitico guarito da Gesù “per riflettere sulle dimensioni comunitarie, ecclesiali e civili, della cura e sul ruolo che l’attenzione pastorale può suscitare nel mondo della salute”.
La Celebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo di Lamezia Terme, monsignor Serafino Parisi, e preceduta da una visita al Museo Diocesano, ha segnato il momento conclusivo del Convegno, affidando al Signore il cammino condiviso nelle giornate dei lavori e “rinnovando l’impegno a tradurre quanto vissuto in azioni concrete di cura, servizio e attenzione verso le comunità”.
Monsignor Parisi, nella sua omelia, ha sottolineato che “la condizione con la quale si arriva a bussare al mondo della sanità, è una condizione di debolezza e la debolezza, la fragilità, per noi, è costitutiva perché parte della nostra creaturalità. E, dentro questa costitutiva fragilità e debolezza, noi crediamo, urliamo, quasi in modo aggiuntivo la necessità di essere confermati nella nostra dignità”.
Partendo dal titolo del convegno, il Vescovo di Lamezia Terme ha evidenziato che, “una volta scoperchiato il tetto, e messo il paralitico davanti a Gesù, Gesù non ha chiesto che assicurazione avesse” rimarcando che oggi a “volte, c'è una distorsione dentro la concezione ormai di una sanità che passa per una sanità pubblica, ma che in realtà ragiona con i criteri del profitto del privato”. Di contra per il cristiano “la beatitudine viene dalla logica del dono. Questo – ha aggiunto - è il grande imperativo che a noi è stato consegnato per lavorare e soccorrere, così, i deboli. Credo che questo sia un modello pastorale, ma anche pratico, concreto, per impostare il lavoro nei confronti di coloro che hanno bisogno delle cure”. Per monsignor Parisi, infatti, la cura non è soltanto “una cura della malattia che fa parte del dinamismo, del lavoro” ma è, soprattutto, “un prendersi cura della persona. Questa distinzione – ha detto al riguardo -, non solo tra malattia e persona, ma tra cura e prendersi cura, dobbiamo farla diventare profezia perché prendersi cura vuol dire dirsi responsabili, dichiararsi responsabili ed impegnarsi nella responsabilità al presente e all’avvenire di quella persona umana: io curo la malattia e mi prendo cura della vita, della storia, che non è soltanto anamnesi, ma è anche prospettiva futura di quella persona che viene”.
Nel concludere, il Vescovo, che ha ricordato l’istituzione della “giornata diocesana con le persone con disabilità”, insieme all’esperienza dell’ambulatorio solidale ospitato nella Cittadella della carità che “in tre anni ha superato le seimila visite di persone che hanno avuto il primo accesso ad una cura sanitaria dopo 60 anni di vita” giungendo a Lamezia Terme anche da fuori provincia, ha invitato a “considerare la professione, il lavoro, il servizio dentro il mondo sanitario senza che vengano incentivate le fughe. Noi, qui, in terra di Calabria – ha concluso - lo sappiamo benissimo: pur avendo professionisti eccellenti ed esportato professionalità altrove, qui, anche quando c'è il medico bravo o quello super, a volte abbiamo come una sfiducia per cui andare dal Lazio in su è come un conforto aggiuntivo a cose che magari anche qui dovrebbero e potrebbero esserci. Questa non è denuncia, ma profezia e nasce, purtroppo, dalla descrizione di una condizione che è una condizione strutturale della nostra terra. Ecco perché dico che chi serve ha un privilegio perché si prende cura della carne stessa di Cristo”.
Prima della celebrazione della Santa Messa, don Marco Mastroianni, postulatore della fase romana della causa di beatificazione del Servo di Dio, monsignor Vittorio Moietta, ha brevemente delineato la figura del Vescovo che, sepolto per sua espressa volontà nella Cattedrale di Lamezia Terme, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della Chiesa Lametina e non.
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