
di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
Il Pride attraversa le strade, porta colori, musica, sorrisi, storie e persone. E Catanzaro, per un giorno, ha mostrato un volto capace di stare insieme, di accogliere le differenze e di guardare oltre gli stereotipi.
Ma proprio una giornata come questa dovrebbe spingerci a riflettere su una parola che utilizziamo spesso: inclusione.
Perché l’inclusione, se vuole essere davvero tale, non può essere selettiva.
Non può riguardare soltanto una diversità e dimenticarne un’altra.
Non può esserci inclusione soltanto per chi ha un diverso orientamento sessuale e poi una città nella quale una persona con disabilità non riesce a percorrere un marciapiede, entrare in un edificio, utilizzare un servizio, accedere pienamente alla vita sociale.
Non può esserci inclusione se una persona viene rispettata per ciò che è, ma un'altra viene lasciata ai margini perché porta con sé una disabilità, una fragilità, una difficoltà economica, una condizione di disagio o semplicemente una storia diversa dalla nostra.
L'inclusione, quella vera, deve comprendere tutti.
E proprio per questo credo che il Pride possa essere molto più di una celebrazione. Può diventare una delle occasioni nelle quali una comunità si interroga sul proprio grado di civiltà.
Perché il problema non è soltanto stabilire chi sia “normale” e chi sia “diverso”.
Il problema è proprio continuare a pensare che esista una normalità alla quale gli altri debbano adeguarsi.
Normale rispetto a cosa?
La realtà umana è fatta di differenze. Differenze di carattere, di corpo, di capacità, di sensibilità, di orientamento, di cultura, di esperienze, di condizioni di vita.
La natura stessa non produce esseri umani tutti uguali.
E allora forse dovremmo smettere di utilizzare la parola “diverso” come se contenesse, implicitamente, un giudizio di valore.
Diverso non significa meno.
Diverso non significa sbagliato.
Diverso non significa da correggere.
Significa semplicemente non identico.
Ma c'è una cosa ancora più importante.
L'inclusione non è soltanto una dichiarazione di principio. È una responsabilità concreta.
È una rampa dove serve una rampa.
È un ascensore dove serve un ascensore.
È una scuola realmente accessibile.
È un luogo di lavoro nel quale una persona con disabilità possa sentirsi parte della comunità e non un'eccezione da sistemare.
È un linguaggio rispettoso.
È la possibilità di amare senza paura.
È la possibilità di vivere la propria identità senza essere discriminati.
È la possibilità, per chiunque, di partecipare pienamente alla vita della società.
Per questo non amo l'idea di un'inclusione divisa per categorie.
Non credo che dobbiamo scegliere quale diversità meriti più attenzione.
Credo, piuttosto, che dovremmo costruire una società nella quale nessuno debba chiedere il permesso di esistere.
Una società nella quale non siano necessarie mille etichette per ricordarci che davanti a noi c'è sempre una persona.
Il Pride può passare.
Le bandiere possono essere riposte.
La musica può finire.
Ma se dopo quella giornata rimane qualcosa, dovrebbe essere proprio questo: la consapevolezza che l'inclusione non appartiene a una categoria.
Appartiene a tutti.
E riguarda tutti.
Perché non esistono soltanto i “diversamente sessuali”, né soltanto i “diversamente abili”.
Esistono persone, ciascuna con la propria irriducibile unicità.
E una società veramente civile non è quella che celebra una diversità alla volta.
È quella che riesce a fare spazio a tutte.
Forse è questo il significato più profondo di una città inclusiva: non chiedere a nessuno di diventare uguale agli altri per poter essere accolto.
Ma imparare, finalmente, a vivere insieme proprio perché siamo diversi.
Il Pride può ricordarcelo una volta all'anno.
La civiltà dovrebbe ricordarcelo ogni giorno.
*Avvocato
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