Conidi: "Affrontare ciò che non si può evitare: una lezione di Seneca tra etica e diritto"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Conidi: "Affrontare ciò che non si può evitare: una lezione di Seneca tra etica e diritto"


  12 aprile 2026 10:32

di M.CLAUDIA CONIDI RIDOLA *

C’è un passaggio attribuito al filosofo Seneca che, nella sua apparente semplicità, racchiude una regola di vita tanto etica quanto profondamente giuridica: affrontare con animo sereno ciò che non si può evitare significa, in fondo, vincerlo.

Questa affermazione, letta oggi, non appartiene soltanto alla filosofia. È, piuttosto, un principio operativo che ritroviamo quotidianamente anche nell’esperienza del diritto.

Il diritto, infatti, non è altro che uno strumento per affrontare i conflitti. Non per negarli, non per mascherarli, ma per portarli alla luce e risolverli attraverso regole condivise. E in questo senso, il parallelismo con la vita è immediato.

Molto spesso le persone, di fronte a situazioni che generano disagio — nei rapporti personali, familiari, professionali — scelgono una strada apparentemente più semplice: evitare. Si tollera, si rimanda, si finge che tutto vada bene. Si costruisce una sorta di equilibrio fittizio, che però si regge su una continua compressione del conflitto.

Ma il diritto ci insegna esattamente il contrario.

Quando una situazione è lesiva o comunque fonte di disagio, l’ordinamento offre strumenti chiari e progressivi per affrontarla. Prima la parola, la persuasione, il confronto diretto: una dimensione negoziale in cui le parti possono ridefinire i propri rapporti, stabilire limiti, prevenire l’ingerenza altrui. È il momento del contratto, dell’accordo, della regolazione consapevole degli interessi.

Se questo non basta, esiste un passo ulteriore: l’azione. L’agire in giudizio non è una sconfitta, ma l’espressione più alta della fiducia nel sistema. Significa riconoscere che esiste una ratio superiore, imparziale, capace di ricondurre il conflitto entro un ordine.

E allora il diritto, proprio come Seneca, ci invita a non restare immobili dentro il disagio.

Rimanere in una situazione conflittuale senza affrontarla non è equilibrio: è inerzia. È una forma di rinuncia che, nel tempo, produce effetti ben più dannosi del conflitto stesso.

Si pensi, ad esempio, alle dinamiche familiari caratterizzate da una conflittualità latente e costante. Rapporti coniugali che non esplodono mai apertamente, ma si consumano in una tensione continua fatta di rimproveri, critiche, silenzi ostili. In questi contesti, il tentativo di “far finta che vada tutto bene” non protegge nessuno. Al contrario, trasferisce il peso del conflitto sui soggetti più vulnerabili, spesso i figli, che ne subiscono le conseguenze emotive senza avere strumenti per comprenderle.

A ciò si aggiunge una riflessione ulteriore, forse ancora più scomoda: non sempre le situazioni non vengono affrontate per debolezza o incapacità. Talvolta, si sceglie consapevolmente di non affrontarle perché da quella situazione si trae un’utilità, un tornaconto. Si resta in una condizione ibrida, formalmente stabile ma sostanzialmente fittizia, perché essa garantisce un equilibrio conveniente — economico, sociale, patrimoniale.

Anche in ambito coniugale, non è raro che rapporti ormai svuotati di autenticità proseguano per conservare un certo benessere materiale. Si instaura così una logica del dare-avere che nulla ha a che vedere con il rispetto reciproco. È una tolleranza apparente che, in realtà, è una scelta: la scelta della finzione.

Ma proprio qui il diritto — e prima ancora l’etica — impone una presa di posizione.

Ricorrere a ciò che è giusto, per sé e per gli altri, rappresenta la forma più ragionevole e più rispettosa delle libertà altrui. Non affrontare una situazione per convenienza significa, infatti, mantenere in vita un assetto che limita, condiziona e talvolta danneggia anche chi vi è coinvolto, spesso senza possibilità di sottrarsi.

Il diritto, invece, offre strumenti per uscire da queste ambiguità: per ridefinire i rapporti, per ristabilire equilibrio, per restituire autenticità alle relazioni, anche quando ciò comporta una rottura.

Ecco allora che la lezione di Seneca assume una dimensione concreta: affrontare ciò che non si può evitare non significa soltanto accettarlo passivamente, ma scegliere consapevolmente di entrarci, di gestirlo, di trasformarlo.

Nel diritto come nella vita, il vero errore non è il conflitto. È l’elusione del conflitto.

Perché ciò che non si affronta, non si risolve. E ciò che non si risolve, inevitabilmente, si aggrava.

Affrontare, invece, richiede lucidità, responsabilità e, soprattutto, fiducia: fiducia nella possibilità che esista una soluzione, e — nel diritto — fiducia in un sistema che quella soluzione può offrirla.

In fondo, è proprio questa la serenità di cui parla Seneca: non l’assenza di problemi, ma la consapevolezza di avere gli strumenti per attraversarli.

E allora, tanto nella dimensione giuridica quanto in quella personale, il messaggio è uno solo: non schermarsi dietro apparenze, non adattarsi al disagio come se fosse inevitabile. Se una situazione può essere affrontata, va affrontata. Se non può essere evitata, va attraversata.

Perché è solo così che, davvero, la si vince.

*Avvocato


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.