Conidi Ridola: "Analfabeti non sono i garantisti, l’offesa come alibi per non discutere la riforma della giustizia"

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  18 febbraio 2026 12:33

di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA

L’espressione con cui Marco Travaglio ha liquidato i sostenitori della riforma della giustizia, definendoli “analfabeti”, non è solo una caduta di stile. È un modo di chiudere il confronto prima ancora di aprirlo, una preclusione ideologica che nulla ha di democratico e che svuota di contenuto la dialettica delle opinioni. Definire “analfabeta” chi ritiene necessario ripensare l’assetto dell’azione penale e della posizione del pubblico ministero equivale a sostituire l’argomento con l’insulto, il ragionamento con il pregiudizio. È una scorciatoia retorica che evita il confronto sul merito e, soprattutto, elude una domanda essenziale: il sistema attuale garantisce davvero il cittadino di fronte all’accusa pubblica?

Non si può discutere seriamente di riforme della giustizia fingendo che l’assetto vigente non abbia prodotto distorsioni gravi e dolorose. La storia giudiziaria italiana conosce casi di assoluzioni eclatanti giunte dopo anni di processi mediatici e giudiziari, carriere distrutte, vite segnate in modo irreversibile. Il nome di Enzo Tortora è diventato il simbolo di una ferita mai davvero rimarginata: un uomo travolto da un’accusa infondata, assolto quando il danno umano e professionale era ormai compiuto, senza che nessuno pagasse per quell’errore clamoroso. Non si tratta di evocare un passato remoto per fare polemica, ma di ricordare che il problema della garanzia del cittadino di fronte al potere di accusare non è teorico, bensì strutturale e concreto.

Chi sostiene la riforma non lo fa perché ignori i rischi di un pubblico ministero percepito come “avvocato dell’accusa”, ma perché prende atto di una realtà che già oggi mostra falle evidenti. Il pubblico ministero è, nel processo, una parte che esercita un potere enorme sulla vita delle persone, eppure continua a muoversi in una posizione ordinamentale ambigua, contigua a quella del giudice, condividendone in larga parte il medesimo sistema di governo autonomo. Questa ambiguità non ha reso l’accusa più imparziale; al contrario, ha spesso prodotto una deresponsabilizzazione di fatto. Quando un’azione penale si rivela infondata, quando un’imputazione fragile viene sostenuta fino al dibattimento per poi crollare in sentenza, il sistema raramente si interroga in modo serio sulle responsabilità istituzionali di chi quell’accusa ha promosso e sostenuto.

Il punto dirimente, che viene sistematicamente eluso da una parte del dibattito pubblico, è che la riforma non mette in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale. Il pubblico ministero continuerà a essere tenuto ad esercitarla quando ne ricorrano i presupposti, oggi come domani. Ciò che cambia, e che deve cambiare se si vuole parlare seriamente di garanzie per il cittadino, è il regime di responsabilità di chi esercita quel potere. Separare le carriere e prevedere un governo autonomo distinto per la magistratura requirente significa rendere finalmente il pubblico ministero pienamente e specificamente responsabile del proprio ruolo di parte. Significa sottrarre l’accusa a una zona grigia di contiguità ordinamentale con il giudice e collocarla in uno spazio di maggiore trasparenza e di maggiore controllabilità istituzionale.

Un pubblico ministero con una carriera autonoma e sottoposto a un Consiglio Superiore distinto da quello dei giudici non è un pubblico ministero più forte contro l’imputato; è un pubblico ministero più esposto al giudizio sull’uso che fa del proprio potere. È un assetto che consente, almeno in astratto, un controllo disciplinare più rigoroso sulle condotte accusatorie temerarie, sulle iniziative pervicacemente infondate, sull’uso distorto delle misure cautelari. In questo senso, la riforma incide proprio sul nodo che dovrebbe stare a cuore a chiunque abbia una sensibilità garantista: la responsabilità dell’accusatore pubblico come condizione essenziale per la tutela effettiva dell’indagato e dell’imputato.

Liquidare tutto questo con l’etichetta dell’“analfabetismo” significa non voler vedere che il sistema attuale non ha garantito, né garantisce, un equilibrio soddisfacente tra il potere di accusare e i diritti della persona sottoposta a procedimento. Il vero analfabetismo, se si vuole usare una parola forte, non è quello di chi chiede riforme in nome di maggiori garanzie per il cittadino, ma quello di chi rifiuta di confrontarsi con gli esiti concreti di un modello che, nel tempo, ha prodotto errori giudiziari clamorosi senza che ne derivasse una reale assunzione di responsabilità. In uno Stato di diritto, la giustizia non si difende con gli insulti, ma con il coraggio di mettere in discussione i propri assetti quando questi si dimostrano inadeguati a tutelare, davvero, la dignità delle persone.

*Avvocato


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