Conidi Ridola: "Dal caso Meloni al paradosso dei selfie: politica, privacy e percezione pubblica"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Conidi Ridola: "Dal caso Meloni al paradosso dei selfie: politica, privacy e percezione pubblica"


  09 aprile 2026 11:59

di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Il recente caso che ha coinvolto Giorgia Meloni, finita al centro delle polemiche per un selfie del 2019 con una persona successivamente rivelatasi legata ad ambienti criminali, riporta al centro una questione ormai strutturale del nostro tempo.

Nell’era dei social media, il selfie è diventato un gesto automatico, quasi rituale. Politici, personaggi pubblici e cittadini comuni si trovano costantemente immersi in contesti in cui una foto scattata al volo può trasformarsi, nel giro di poche ore, in un contenuto virale. Ma ciò che rende questo fenomeno ancora più interessante è il paradosso in cui si inserisce: viviamo in un mondo in cui la privacy viene dichiarata, rivendicata e tutelata in modo sempre più rigoroso, e allo stesso tempo assistiamo a una diffusione incontrollata di immagini condivise con chiunque.

È proprio qui che emerge una contraddizione evidente. Da un lato, istituzioni e opinione pubblica sottolineano l’importanza della protezione dei dati personali, dall’altro milioni di persone — inclusi esponenti pubblici — accettano quotidianamente di essere fotografati accanto a perfetti sconosciuti. Il selfie diventa così una forma di esposizione volontaria che sfugge a qualsiasi controllo preventivo.

Il recente dibattito politico dimostra quanto sia sottile il confine tra spontaneità e responsabilità pubblica. Un selfie, per sua natura, non implica conoscenza approfondita né relazione tra le persone ritratte. Spesso si tratta di incontri fugaci: eventi pubblici, comizi, manifestazioni, momenti in cui chiunque può avvicinarsi e chiedere una foto. Pretendere che un personaggio pubblico verifichi l’identità o addirittura la fedina penale di ogni individuo prima di uno scatto appare, nella pratica, irrealistico.

Eppure, la percezione pubblica segue logiche diverse dalla realtà operativa. Quando emergono, anche a distanza di anni, elementi che collegano una persona ritratta a contesti criminali o controversi, l’immagine cambia significato. Il selfie smette di essere un gesto casuale e diventa, nel dibattito mediatico, un possibile indizio, un simbolo, talvolta persino una presunta prova.

Non si tratta di un fenomeno nuovo né circoscritto a un singolo caso.

Un paragone utile è quello dei cosiddetti “bagni di folla” dei Papi: momenti in cui il pontefice si immerge tra migliaia di persone, stringe mani, benedice, si lascia fotografare. In mezzo a quella folla può esserci chiunque, con qualsiasi storia personale, eppure nessuno metterebbe in dubbio l’integrità del Papa per il solo fatto di essere stato ritratto accanto a qualcuno.

Anzi, per la stessa natura del messaggio cristiano, il contatto con chiunque — anche con chi ha commesso errori o reati — non è una contraddizione ma quasi una conseguenza. La tradizione evangelica racconta un Gesù che non evita i peccatori, ma li incontra. In questa prospettiva, la vicinanza non implica adesione, ma semmai apertura, presenza, capacità di stare dentro la complessità umana. Episodi simili hanno coinvolto nel tempo numerosi esponenti pubblici, spesso inconsapevolmente fotografati accanto a individui che, solo successivamente, sono stati oggetto di indagini o procedimenti giudiziari. In alcuni casi, le immagini sono state diffuse senza che i protagonisti ne fossero a conoscenza, amplificando ulteriormente il problema.

Questo scenario solleva una questione più ampia: fino a che punto è legittimo attribuire responsabilità o colpevolezza sulla base di una semplice immagine? E quanto pesa, oggi, la costruzione mediatica di un fatto rispetto alla sua reale sostanza?

In definitiva, il selfie è il simbolo di un’epoca in cui la visibilità è immediata, ma anche permanente. Il vero paradosso è che, mentre la privacy viene proclamata come un valore fondamentale e inviolabile, sono proprio i comportamenti quotidiani — spesso inconsapevoli — a metterla continuamente in discussione. In questo senso, il rischio diventa parte integrante del sistema: il prezzo che pagano le persone che cercano visibilità e popolarità è proprio l’esposizione a possibili fraintendimenti, strumentalizzazioni e riletture successive dei propri gesti. È un rischio implicito, a cui ci si espone volontariamente nel momento in cui si sceglie di stare costantemente sotto i riflettori.

Serve quindi uno sguardo critico, capace di distinguere tra ciò che una fotografia mostra e ciò che realmente dimostra. Perché, in un mondo in cui tutto viene documentato, non tutto ha lo stesso valore.

*Avvocato


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.