
di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA
Negli ultimi mesi si è riacceso il dibattito sulla necessità di riformare il regime del 41-bis. Giuristi, magistrati ed esperti di criminalità organizzata hanno iniziato a interrogarsi sull'effettiva adeguatezza di uno strumento concepito in un contesto storico profondamente diverso da quello attuale. Il confronto non riguarda l'opportunità di mantenere il carcere duro, che continua a rappresentare un presidio fondamentale nella lotta alle mafie, bensì la necessità di aggiornarne le modalità applicative alla luce dell'evoluzione delle organizzazioni criminali, sempre più tecnologiche, ramificate e capaci di comunicare attraverso strumenti impensabili quando il 41-bis venne introdotto.
È in questo contesto che si inserisce la riflessione sulla necessità di una riforma: non per indebolire il sistema, ma per renderlo realmente efficace contro le mafie del XXI secolo.Ed è proprio perchè le mafie cambiano.
Si evolvono, sfruttano le innovazioni tecnologiche, si insinuano nell'economia legale e trovano nuove modalità per mantenere vivi i collegamenti tra chi è detenuto e chi continua ad operare all'esterno. Se la criminalità organizzata è profondamente cambiata, anche gli strumenti dello Stato devono cambiare. Per questa ragione ritengo che il momento sia maturo per una riforma del regime del 41-bis.
Sia chiaro: riformare non significa indebolire. Significa rendere il sistema più efficace rispetto alle sfide del presente.
Il 41-bis nacque per interrompere i rapporti tra il capo mafioso detenuto e l'organizzazione criminale. All'epoca il rischio era rappresentato soprattutto dai colloqui, dai cosiddetti "pizzini", dagli emissari e dalle comunicazioni tradizionali. Oggi, invece, il panorama è radicalmente diverso. Le cronache giudiziarie raccontano con frequenza del rinvenimento di telefoni cellulari e smartphone all'interno degli istituti penitenziari; non sono mancati casi di detenuti che hanno pubblicato contenuti sui social network o diffuso messaggi all'esterno attraverso dispositivi introdotti illegalmente. È evidente che la tecnologia ha modificato profondamente anche il modo di operare delle organizzazioni mafiose.
L'isolamento fisico, da solo, rischia quindi di non essere più sufficiente. Se esistono canali alternativi di comunicazione, il semplice distacco materiale dagli altri detenuti può essere aggirato. Il problema non è il principio del 41-bis, che continua a rappresentare uno strumento essenziale nella lotta alla criminalità organizzata, ma il fatto che esso debba essere aggiornato per fronteggiare modalità operative completamente diverse rispetto a quelle degli anni Novanta.
Occorre ripensare il concetto stesso di isolamento. Non soltanto separazione fisica, ma reale impossibilità di comunicare con l'esterno attraverso strumenti tecnologici o circuiti indiretti. Ciò significa investire nella sicurezza degli istituti penitenziari, adottare sistemi tecnologici sempre più efficaci contro l'introduzione e l'utilizzo illecito di telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici, rafforzare i controlli e adeguare continuamente le misure di prevenzione all'evoluzione delle tecnologie.
Naturalmente, ogni intervento dovrà rispettare pienamente i principi costituzionali e i diritti fondamentali della persona detenuta. Tuttavia, il diritto alla sicurezza collettiva impone che lo Stato sia capace di impedire qualsiasi forma di direzione o collegamento tra il detenuto sottoposto al 41-bis e l'organizzazione criminale ancora operativa sul territorio.
Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, nasce, si sviluppa e può essere sconfitta. Ma proprio perché evolve continuamente, anche gli strumenti dello Stato devono evolversi con essa. Pensare di contrastare le mafie del XXI secolo con modelli costruiti per una realtà criminale di oltre trent'anni fa significa rincorrere il fenomeno invece di anticiparlo.
La vera sfida non è rendere più duro il 41-bis, ma renderlo più moderno. Se la mafia ha compiuto enormi passi avanti sul piano tecnologico e organizzativo, lo Stato non può restare fermo. Deve dimostrare la stessa capacità di innovazione, perché la forza delle istituzioni risiede proprio nella loro capacità di adattarsi alle nuove minacce senza rinunciare ai valori dello Stato di diritto.
*Avvocato
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