
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
C’è una contraddizione nel nostro sistema giudiziario che merita di essere denunciata senza ipocrisie: l’errore del cittadino ha un prezzo, quello dell’istituzione rischia di non averne alcuno.
Pensiamo a un avvocato che sbagli il deposito di un’impugnazione. Un errore tecnico, magari commesso nell’applicazione di regole telematiche complesse, può diventare una condanna senza appello per il suo assistito. L’atto viene dichiarato inammissibile, il diritto di difesa perde una possibilità concreta e il cliente può chiedere i danni al professionista. Seguono contestazioni, procedimenti disciplinari, richieste risarcitorie. La responsabilità viene cercata, valutata, eventualmente sanzionata. Il danno ha un nome, un destinatario e, spesso, anche un costo economico preciso.
Ora proviamo a rovesciare la prospettiva. Se a sbagliare il deposito di un’impugnazione è una Procura, cosa accade? Se la Cassazione dichiara inammissibile il gravame dell’accusa, l’assoluzione può diventare definitiva. Il processo si chiude, la decisione non può più essere rimessa in discussione attraverso quella stessa impugnazione e anni di indagini, attività investigative e risorse pubbliche possono non trovare lo sbocco giudiziario perseguito.
Ma mentre l’effetto processuale è immediato, la responsabilità di chi ha commesso l’errore non lo è affatto. Può diventare una questione difficile da accertare, da ricondurre a una precisa condotta individuale e da tradurre in conseguenze concrete. Il cittadino sa subito di aver perso una possibilità; per capire se qualcuno risponderà di quella perdita, invece, può cominciare un altro percorso, lungo e incerto. E spesso la domanda rimane sospesa, senza una risposta percepibile.
È questa la vera disparità: l’errore del professionista produce conseguenze immediate e riconoscibili; quello dell’istituzione produce conseguenze altrettanto definitive, ma la responsabilità rischia di perdersi nei meccanismi dello stesso apparato chiamato a garantirla.
Non si tratta di sostenere che ogni errore di un magistrato debba comportare una sanzione automatica. La responsabilità civile e quella disciplinare seguono regole proprie, e non ogni inammissibilità dimostra una negligenza. Ma proprio per questo dovrebbe esistere una verifica effettiva, capace di distinguere l’errore inevitabile da quello evitabile e di accertare le eventuali responsabilità. Altrimenti, la diversità dei regimi finisce per apparire al cittadino come una protezione che non trova equivalenti quando a sbagliare è un avvocato.
E le persone offese? Gli imprenditori che hanno denunciato un’estorsione, i cittadini che hanno collaborato con gli investigatori, quanti hanno affidato allo Stato la speranza di ottenere giustizia? Non hanno diritto a una condanna a ogni costo, ma hanno diritto a che il lavoro della giustizia non venga vanificato da errori evitabili senza che nessuno debba almeno rispondere di ciò che è accaduto.
C’è anche un problema di denaro pubblico. Un’indagine complessa può richiedere anni, intercettazioni, personale specializzato e risorse considerevoli. Se tutto si arresta per un errore procedurale, non basta prendere atto dell’inammissibilità. Occorre chiedersi se quell’errore fosse evitabile, se vi siano responsabilità e se siano state adottate misure per impedire che si ripeta. L’eventuale danno erariale dovrà essere accertato secondo le regole previste, ma il costo per la collettività non può diventare irrilevante soltanto perché l’errore è stato commesso all’interno di un’istituzione.
La legge n. 117 del 1988, nota come legge Vassalli e successivamente modificata, in particolare, dalla legge n. 18 del 2015, disciplina la responsabilità civile dello Stato per i danni derivanti dall’esercizio della funzione giudiziaria. Ottenere un risarcimento richiede, tuttavia, il rispetto di presupposti specifici e la prova degli elementi necessari. Se, inoltre, si lamenta la perdita di una concreta possibilità di ottenere un risultato favorevole, occorre dimostrare la consistenza di quella possibilità. Così, mentre l’effetto processuale dell’errore può essere definitivo, la strada per ottenere una risposta risarcitoria può rivelarsi estremamente difficile.
Ecco perché la questione non è un cavillo burocratico. È una questione di credibilità dello Stato.
Non si può pretendere dal cittadino e dal professionista il rispetto rigoroso di ogni adempimento, fino a farne discendere conseguenze irreversibili, e poi lasciare che l’errore dell’istituzione rimanga un problema senza un responsabile chiaramente individuato e senza una risposta concreta. Le regole possono essere diverse, le funzioni non sono sovrapponibili, ma il dovere di verificare gli errori non può dissolversi proprio quando riguarda chi amministra la giustizia.
Perché, se il cittadino paga immediatamente il proprio errore mentre quello dello Stato si perde in un percorso incerto, la legge sarà anche formalmente uguale per tutti, ma la responsabilità rischia di non esserlo affatto.
*Avvocato
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