Conidi Ridola: "Le stragi, il silenzio e la responsabilità di chi c'era"

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  05 febbraio 2026 16:40

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Quando si parla di stragi in Italia, si corre spesso il rischio di trasformarle in oggetti di memoria astratta, separati dal presente. Eppure, per chi quelle vicende le ha attraversate nelle aule di giustizia, le stragi non appartengono mai solo al passato.

Scrivo da avvocato penalista e da collega di Luigi Li Gotti, con il quale ho condiviso stagioni professionali complesse, in particolare nella difesa dei collaboratori di giustizia. Ma scrivo anche da chi ha seguito direttamente un processo di strage, dall’inizio alla fine: la strage del treno di Gioia Tauro–Palmi del 22 luglio 1970, nel contesto dei moti di Reggio Calabria, difendendo Giacomo Lauro.

Quel processo l’ho seguito in ogni grado:

in Corte d’Assise a Palmi,

in Corte d’Assise d’Appello a Reggio Calabria,

in Cassazione,

e poi nuovamente, dopo il rinvio, in Assise d’Appello a Reggio Calabria.

Chi non ha vissuto questi percorsi giudiziari fatica a comprendere cosa significhi davvero “fare i conti con una strage”. La strage di Gioia Tauro fu per decenni classificata come incidente ferroviario. Solo molti anni dopo venne riconosciuta per ciò che era: un attentato dinamitardo, inserito in una strategia di destabilizzazione politica. Un caso emblematico di verità ritardata, costruita contro depistaggi, omissioni e silenzi.

In quel procedimento, Giacomo Lauro fu l’unico a parlare, l’unico a offrire elementi che consentissero di riaprire una vicenda che lo Stato aveva archiviato troppo in fretta. Eppure, al termine di un lunghissimo iter processuale, la sua posizione si è conclusa con una assoluzione, confermata nei vari gradi, senza una condanna definitiva per strage perchè il fatto derubricato a seguito di ricorso in cassazione in concorso anomalo in omicidio plurimo fu dichiarato prescritto dalla Corte d'Assise d'appello di Reggio Calabria in seconda battuta. 

Un esito che dice molto non solo sull’imputato, ma sul modo in cui il nostro ordinamento ha affrontato – e spesso fatica ancora ad affrontare – le responsabilità connesse alle stragi.

Richiamo questa esperienza non per sovrapporla ad altre vicende, ma perché è impossibile leggere oggi il libro di Luigi Li Gotti, Stragi d’Italia, senza avvertire una linea di continuità.

Il caso Almasri non è una strage. Ma pone una questione analoga: il rapporto tra ragion di Stato, legalità e responsabilità istituzionale. Quando un ricercato della Corte penale internazionale viene arrestato in Italia e poi rimpatriato in pochi giorni, senza un confronto pubblico e giudiziario chiaro, siamo di fronte a un atto che interroga la tenuta dello Stato di diritto.

Conosco Luigi Li Gotti abbastanza da sapere che non è uomo da denunce temerarie. Chi ha attraversato le stagioni delle stragi, chi ha lavorato nei processi più delicati della Repubblica, sa distinguere tra una scelta politica discutibile e una rottura giuridica. Il fatto che Li Gotti abbia presentato una denuncia formale contro i vertici del governo è, di per sé, un segnale grave e inusuale.

Colpisce allora un dato: l’assenza di una querela.

Da avvocato, so che la querela non è un obbligo. Ma so anche che, quando si ritiene di essere stati gravemente diffamati, il processo è il luogo naturale per ristabilire la verità. E il processo, come ho imparato seguendo una strage per decenni, è l’unico spazio in cui le versioni ufficiali possono essere realmente messe alla prova.

La storia delle stragi italiane ci insegna che spesso il potere preferisce il silenzio al confronto, l’opacità alla trasparenza. È accaduto a Gioia Tauro, è accaduto in molte altre vicende. Il rischio è che accada ancora, sotto forme nuove e apparentemente più rispettabili.

Il libro di Li Gotti ha il merito di ricordarci che la democrazia non si misura solo nelle dichiarazioni ufficiali, ma nella disponibilità delle istituzioni a sottoporre le proprie decisioni al vaglio della legge.

Chi ha seguito un processo di strage sa che il tempo non cancella le responsabilità. Le rinvia.

E prima o poi, tornano.

*Avvocato


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