
di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
Il caso di Beniamino Zuncheddu non si esaurisce nella constatazione, già di per sé devastante, di una detenzione ingiusta durata oltre trent’anni. La sua portata più profonda emerge nel momento in cui si osserva ciò che il sistema non ha fatto dopo: non solo ha privato un uomo della libertà sulla base di un quadro probatorio poi crollato, ma non ha sviluppato un’azione coerente e sistematica per accertare chi abbia contribuito a generare quell’errore.
Qui si innesta la contraddizione più difficile da rimuovere: un’ingiustizia originaria che, una volta riconosciuta, non si chiude, ma si trasforma in un’ingiustizia ulteriore, speculare. Da un lato c’è l’errore giudiziario ormai irreparabile nella sua dimensione temporale – trentatré anni non si restituiscono – dall’altro c’è l’assenza di una piena risposta di responsabilità nei confronti di chi ha determinato, o comunque favorito, la costruzione di quell’errore.
Nel caso concreto, l’ammissione del testimone chiave di essere stato indotto ad accusare Zuncheddu perché privo di alibi non è un dettaglio marginale: è un elemento che sposta il baricentro della vicenda. Perché se una dichiarazione accusatoria nasce da un condizionamento, la questione non riguarda più soltanto l’affidabilità del processo, ma la qualità stessa dei meccanismi investigativi che hanno portato a quella condanna. E tuttavia, a questo livello, il sistema tende a fermarsi.
Ed è qui che si produce lo scarto più problematico: l’errore viene riconosciuto e corretto sul piano processuale, ma non viene risanato nelle sue origini operative e decisionali. Il risultato è che la giustizia ripara una vittima, ma non affronta compiutamente la catena di responsabilità che ha prodotto la vittima stessa. Si chiude il caso, ma non si chiude il problema.
Il paradosso è evidente: un’ingiustizia iniziale genera una rovina personale totale, e l’assenza di responsabilità per quella rovina produce una seconda forma di ingiustizia, meno visibile ma altrettanto rilevante. È la giustizia che assolve l’innocente, ma non interroga se stessa. È la giustizia che riconosce l’errore, ma non ne individua gli autori funzionali, i corresponsabili, le omissioni strutturali.
Questo meccanismo crea una asimmetria costante: chi subisce l’errore paga tutto, chi lo produce – o lo rende possibile – raramente affronta conseguenze proporzionate. E così l’errore non si chiude, si replica in forma diversa: prima come condanna ingiusta, poi come impunità di fatto per la sua genesi.
È qui che si innesta la riflessione più scomoda. Un sistema che si limita a correggere l’esito senza indagare la genesi dell’errore finisce per accettare una zona d’ombra strutturale. E quella zona d’ombra non è neutra: è un vuoto di responsabilità che indebolisce la funzione preventiva della giustizia stessa.
La vera criticità non è dunque soltanto nell’errore giudiziario in sé, ma nella sua gestione incompleta. Una giustizia pienamente sostanziale non dovrebbe fermarsi all’assoluzione dell’innocente, ma dovrebbe proseguire fino all’accertamento rigoroso delle responsabilità a monte, siano esse investigative, testimoniali o omissive.
Finché questo passaggio resterà debole o inesistente, ogni grande errore giudiziario continuerà a produrre una doppia ferita: quella della persona ingiustamente colpita e quella, meno visibile ma altrettanto grave, dell’assenza di conseguenze per chi ha contribuito a generare quell’errore. E una giustizia che non chiude entrambe le ferite resta, inevitabilmente, una giustizia incompleta destinata a creare un'insalubrità latente.
*Avvocato
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