
di M.CLAUDIA CONIDI RIDOLA *
Prendo spunto da un recente articolo pubblicato da Legalcommunity, piattaforma editoriale che racconta il mercato degli studi legali e dei professionisti in chiave economico-organizzativa, nel quale si evidenzia come lo studio individuale non rappresenti più l’architrave dell’avvocatura italiana e come il futuro della professione sembri orientarsi sempre più verso modelli organizzativi complessi, strutture integrate, piattaforme professionali e utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale. Una riflessione lucida, per molti aspetti condivisibile, che fotografa con realismo una trasformazione ormai evidente: gli studi legali cambiano forma, i processi si standardizzano, il lavoro si organizza in maniera sempre più industriale e la tecnologia entra stabilmente nella quotidianità professionale. Sarebbe inutile negarlo. Oggi il mercato legale impone rapidità, interdisciplinarità, organizzazione, capacità di gestire enormi flussi comunicativi e produttivi.
L’avvocato contemporaneo vive immerso in una connessione continua: email, messaggi, WhatsApp, richieste immediate, clienti sempre presenti. Lo studio non è più soltanto un luogo fisico, ma un sistema costantemente operativo. E in questo scenario l’intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio uno strumento potente, capace di accelerare processi, ridurre tempi, migliorare l’organizzazione del lavoro e offrire supporti prima impensabili.
Eppure, proprio mentre tutto sembra spingere verso la standardizzazione della professione, cresce in me una convinzione opposta e complementare: più la tecnologia avanzerà, più emergerà il valore insostituibile della persona. Perché la professione forense non può essere ridotta a una semplice produzione efficiente di atti, pareri o strategie processuali. L’avvocato non è un generatore automatico di soluzioni giuridiche. È, prima di tutto, una presenza umana. È il luogo dell’affidamento. È il momento in cui qualcuno, spesso nella fase più delicata della propria esistenza, sceglie di fidarsi di un altro essere umano.
Soprattutto nel diritto penale, ma in realtà in tutta la professione forense, il rapporto resta inevitabilmente intuitu personae. Il cliente non sceglie una macchina, non sceglie un algoritmo, non sceglie una piattaforma. Sceglie uno sguardo. Sceglie una voce. Sceglie una sensibilità. Cerca una mente capace non soltanto di conoscere il diritto, ma di comprenderne il peso umano. Cerca una capacità intuitiva, critica, culturale. Cerca qualcuno che sappia cogliere sfumature che nessuna intelligenza artificiale potrà mai realmente percepire.
L’equivoco più grande del nostro tempo è pensare che la velocità possa sostituire la profondità. L’intelligenza artificiale può aiutare il professionista, supportarlo, alleggerirne il lavoro, rendere più efficienti i processi organizzativi. Ma non può sostituire ciò che rende davvero centrale la figura dell’avvocato: il discernimento umano. Non può assumersi il peso morale di una scelta difensiva, non può intuire il non detto, non può leggere il silenzio di una persona, la paura, l’angoscia, la fragilità. Non può costruire quella relazione fiduciaria che nasce esclusivamente dall’incontro tra esseri umani.
Per questo credo che la vera sfida dell’avvocatura contemporanea non sia resistere alla tecnologia, ma impedire che la tecnologia oscuri il valore della persona. Le strutture cresceranno, gli studi saranno sempre più organizzati, le competenze sempre più integrate, e probabilmente molte attività diventeranno automatizzate. Ma tutto questo, da solo, non basterà mai. Perché senza lo spessore culturale del professionista, senza onestà intellettuale, senza capacità critica e sensibilità intuitiva, ogni organizzazione rischia di diventare un meccanismo efficiente ma vuoto.
E allora mi piace pensare che, in questo scenario così vorticosamente mutato, resterà comunque qualcosa che nessuna innovazione potrà filtrare via. Come accade quando la farina passa attraverso il setaccio, molte cose attraverseranno le trame dell’intelligenza artificiale: dati, testi, automatismi, procedure, standardizzazioni. Ma ciò che resterà sopra il setaccio, ciò che continuerà a campeggiare come elemento centrale e non fungibile, sarà la figura dell’avvocato. La persona. L’intelligenza umana. Quella capace di intuizione, di sensibilità, di responsabilità, di presenza reale. Perché alla fine nessuno cerca soltanto un atto perfetto, ma cerca qualcuno a cui affidarsi davvero, qualcuno che non inciampi nei vuoti artificiali dell’automatismo né nelle carenze personali che spesso derivano dai limiti più profondi dell’essere umano: dalla mancanza di lealtà, dalla superficialità, dalla falsità, dall’incapacità critica, dall’assenza di autentica onestà intellettuale. Perché la tecnologia può anche perfezionare i processi, ma non potrà mai sostituire la sostanza morale e umana della persona. E sarà proprio lì, nella forza dell’intelligenza non artificiale ma umana, nella capacità di essere realmente presenti, leali, sensibili e responsabili, che continuerà a risiedere il fulcro della professione forense.
*Avvocato
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