Conidi Ridola: "Quando l’infelicità diventa violenza, una società che non sopporta più"

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  25 ottobre 2026 09:16

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

C'è qualcosa che dovremmo cominciare a osservare con maggiore attenzione: la crescente insofferenza delle persone, la rabbia che esplode per un nonnulla, l'aggressività che invade le relazioni quotidiane. Il caro vita, le difficoltà economiche, le guerre, l'incertezza del futuro sembrano alimentare un malessere che non sempre trova le parole per esprimersi, ma che troppo spesso trova nella violenza la sua manifestazione. Che cosa succede quando vivere diventa, per molti, sempre più difficile da sopportare? L'infelicità non rende necessariamente violenti, ma può indebolire la capacità di affrontare le frustrazioni, di accettare i limiti, di tollerare gli altri. Quando si accumulano insoddisfazione, paura e senso di impotenza, anche un ostacolo insignificante può diventare la causa apparente di una reazione sproporzionata. Il problema, però, non è quasi mai soltanto quell'ostacolo: è tutto ciò che si è accumulato prima.

La violenza, allora, può diventare la valvola di sfogo di una fragilità che non si riesce più a governare. E proprio qui si nasconde il pericolo: non soltanto nella violenza che vediamo, ma in quella latente di chi sembra non avere più la capacità di sopportare nulla.Non dobbiamo confondere la comprensione con la giustificazione. Chi aggredisce resta responsabile delle proprie azioni. Ma limitarsi a condannare ogni singolo episodio, senza interrogarsi sulle condizioni che alimentano tanta esasperazione, significa intervenire quando il danno è già avvenuto.Lo stesso discorso, su una scala immensamente più drammatica, riguarda le guerre. Non è il mondo a decidere di combatterle: sono i governi, i vertici politici e militari, coloro che assumono decisioni in nome degli interessi nazionali e delle ragioni di Stato. A pagarne il prezzo, invece, sono soprattutto persone che quelle decisioni non hanno preso e che spesso non hanno alcuna possibilità di sottrarvisi. E mentre i potenti decidono, le persone comuni cercano di sopravvivere alle conseguenze, economiche e umane, di scelte che sfuggono al loro controllo.Ma la disgregazione sociale non comincia necessariamente nei luoghi del potere. Comincia dal basso, nelle famiglie, nelle strade, nei rapporti di lavoro, quando il rispetto lascia il posto alla prepotenza e l'altro diventa il bersaglio sul quale scaricare la propria frustrazione. Comincia quando la rabbia smette di essere un'emozione da governare e diventa un diritto che qualcuno si attribuisce.Come si contiene, allora, questa pericolosità?

Non bastano le sanzioni, per quanto necessarie. Occorre una società capace di riconoscere il disagio prima che si trasformi in aggressione: istituzioni credibili, condizioni di vita dignitose, sostegno alle famiglie, attenzione alle fragilità psicologiche e relazionali, educazione al rispetto e alla gestione dei conflitti. E occorre non banalizzare i segnali di allarme, soprattutto quando la perdita di controllo si accompagna a minacce, intimidazioni o comportamenti aggressivi ripetuti. Non possiamo eliminare ogni frustrazione dalla vita delle persone. Possiamo, però, evitare che l'isolamento, la precarietà e la perdita di fiducia diventino condizioni nelle quali la violenza trova terreno fertile. Il rischio più grande, infatti, non è soltanto che aumentino gli episodi violenti, ma che ci si abitui a considerarli inevitabili. Che l'aggressività diventi normale, la sopraffazione una risposta comprensibile e l'intolleranza il linguaggio ordinario delle relazioni umane. Una società può affrontare una crisi economica e superare momenti politici difficili. Ma fatica a sopravvivere quando i suoi componenti perdono la capacità di convivere, di rispettare i limiti e di riconoscere nell'altro una persona, non un nemico. Forse dovremmo chiederci meno spesso perché le persone siano diventate così aggressive e più spesso quanta infelicità stiamo lasciando crescere senza occuparcene. Perché quando non si riesce più a sopportare la propria vita, il rischio è di cominciare a rendere insopportabile anche quella degli altri.E una società che non riesce più a contenere la propria infelicità rischia, prima o poi, di non riuscire più a contenere neppure la propria violenza.

*Avvocato