
di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA *
Di fronte alla vicenda che ha coinvolto la Procura della Repubblica di Crotone, il dibattito si è rapidamente polarizzato tra chi esalta la sentenza del Consiglio di Stato come una decisione "epocale" e chi, al contrario, la considera un ostacolo alla continuità dell'azione giudiziaria. Personalmente, ritengo che il vero problema sia altrove.
Non spetta a noi stabilire se il Consiglio di Stato abbia deciso bene o male. In uno Stato di diritto, il controllo esercitato dal giudice amministrativo sulle procedure di nomina costituisce una garanzia di legalità e imparzialità. Se il Consiglio di Stato ha ritenuto che il procedimento seguito dal Consiglio Superiore della Magistratura dovesse essere riesaminato, ha semplicemente esercitato le prerogative che l'ordinamento gli attribuisce.
La sentenza, dunque, può essere giuridicamente corretta. E probabilmente lo è.
Ma una sentenza corretta dal punto di vista giuridico non è necessariamente neutra nei suoi effetti istituzionali.
È qui che emerge una riflessione che dovrebbe interessare tutti, ben oltre le legittime aspirazioni professionali dei magistrati coinvolti.
La provincia di Crotone non è un territorio qualunque. È una realtà che da decenni convive con la presenza della criminalità organizzata, con infiltrazioni mafiose che hanno inciso profondamente sul tessuto economico, sociale e amministrativo. In un contesto simile, la Procura della Repubblica rappresenta uno dei principali presìdi dello Stato.
Per questo motivo appare inevitabile porsi una domanda: è accettabile che un ufficio giudiziario così strategico possa trovarsi esposto a una situazione di incertezza derivante da una controversia sulle nomine?
Non si tratta di mettere in discussione il diritto di un magistrato a impugnare una decisione che ritiene ingiusta. Né si tratta di criticare il ruolo del giudice amministrativo. Si tratta piuttosto di interrogarsi sulla capacità del sistema di evitare che vicende legittime sul piano processuale producano effetti indesiderati sul piano istituzionale.
La questione non riguarda soltanto i protagonisti della vicenda. Riguarda il rapporto tra interesse individuale e interesse collettivo.
Quando si parla della guida di una Procura impegnata quotidianamente nel contrasto alla criminalità organizzata, il tema non può essere ridotto a una disputa tra carriere o a una competizione professionale, per quanto legittima. In gioco vi è qualcosa di più grande: la continuità dell'azione dello Stato in un territorio che necessita di stabilità, autorevolezza e presenza costante delle istituzioni.
Per questo motivo considero riduttivo soffermarsi esclusivamente sulla portata "epocale" della sentenza. Le sentenze si misurano certamente per i principi che affermano, ma anche per gli effetti che determinano nella realtà.
Se oggi la Procura di Crotone si trova in una condizione di incertezza, sia pure temporanea e formalmente regolata dagli strumenti previsti dall'ordinamento, allora la domanda da porre non è chi abbia vinto e chi abbia perso.
La domanda è un'altra.
Possibile che il nostro sistema non sia ancora in grado di contemperare il diritto dei singoli magistrati a vedere riconosciute le proprie ragioni con il diritto di una comunità ad avere istituzioni stabili e pienamente operative?
Perché una democrazia matura dovrebbe essere capace di garantire entrambe le esigenze.
Il rischio, altrimenti, è che controversie nate per assicurare il rispetto della legalità finiscano involontariamente per generare situazioni di incertezza proprio nei luoghi dove la presenza dello Stato dovrebbe manifestarsi con maggiore forza.
E questo è un tema che riguarda tutti, indipendentemente dalle opinioni che ciascuno può avere sulla vicenda giudiziaria in corso.
Perché la vera questione non è la carriera di un magistrato.
La vera questione è il destino di un territorio che non può permettersi zone d'ombra istituzionali nella lotta contro la criminalità organizzata.
*Avvocato
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