Coronavirus. La storia di Anna, infermiera al Policlinico di Catanzaro: “Mai vista questa contagiosità. La paura c’è ma non possiamo mollare”

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images Coronavirus. La storia di Anna, infermiera al Policlinico di Catanzaro: “Mai vista questa contagiosità. La paura c’è ma non possiamo mollare”
Anna Rotella
  03 aprile 2020 16:15

di EDOARDO CORASANITI

La vita è cambiata per tutti. Bambini, ragazzi, adulti, uomini, donne, artigiani, ristoratori, militari, insegnanti, giornalisti, rider, attori, sportivi, l’elenco è davvero lungo se ci si mette. Ma una categoria è più colpita dagli stravolgimenti quotidiani, quella degli operatori sanitari. Medici o infermieri, Oss o altro, il Coronavirus entra nelle loro vite più di chiunque altro abbia imparato a conoscere il fenomeno leggendo i giornali, guardando la televisione, ascoltando la radio.

Anna Rotella è un’infermiera che lavora nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico universitaria Mater Domini di Catanzaro.  In trincea anche lei ormai, come si dice (rischiando di sfociare nei luoghi comuni).  

Eppure, è questa la sensazione che si prova, confessa Anna. Perché quando c’è la guerra tutti cambiano abitudini, a partire dai soldati che vedono su di loro gli effetti del cambiamento.

Anna è di Marcellinara, in provincia di Catanzaro, ma da qualche giorno vive a Montepaone. Questione di sicurezza per tutelare i suoi due figli e suo marito, ammette. Meglio restare da soli e non rischiare di infettare nessuno.

Anche se trovare un appartamento non è stato poi così facile, puntualizza, avendo dovuto superare le diffidenze di chi teme che un operatore sanitario sia automaticamente un portatore del virus.

Se c’è un cambiamento radicale nella vita fuori dall’ospedale, dentro è ancora peggio. La vestizione e la svestizione si è allungata, i lavaggi per evitare il contagio sono aumentati notevolmente, e poi il sapone al cloro, la candeggina per le scarpe. “Nonostante lavoriamo sempre con infezioni, mai vista questa contagiosità”, ammette Anna, che combatte contro il Covid-19 e contro la stanchezza che ogni giorno si raddoppia. La tuta da lavoro infatti è pesante e la mascherina, oltre a non consentire di comunicare con semplicità, lascia segni sul viso a fine giornata.
Si torna a casa e si ricomincia: di nuovo la doccia, il lavaggio, il sapone, le scarpe.  

Però è qui, in questa fase, che si gioca la partita per evitare di finire dall’altra parte, tra gli infetti, rinchiusi in quella sfilza di numeri che alle 18 vengono letti dalla Protezione Civile e che dividono il tempo tra quello che è stato ieri e oggi.

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Anna, cui preferisce il Noi all’Io, parla di una “paura che c’è, perché la viviamo, però stiamo ancor di più attenti: cerchiamo di notare qualsiasi cosa. Ci vuole sangue freddo. Dal punto di vista psicologico è devastante, ti annienta. Ma non possiamo fermarci, con tutte le precauzioni possibili”.

L’invito che rivolge ha lo stesso suono di quello che ormai dai un mese rimbalza su tutti gli organi di informazione: “Restate a casa”

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