E’ la vera natura umana il vero ambiente ostile
28 marzo 2026 09:23di PASQUALE MONTILLA*
Se esiste un luogo in cui la frase “è la natura umana il vero ambiente ostile” assume un significato concreto, misurabile, clinicamente osservabile, questo è il sito di Crotone. Qui l’ambiente non è diventato ostile per fatalità geologica o per accidente naturale. E’ stato trasformato. Modellato. Saturato. Non da eventi catastrofici, ma da una sequenza sistematica di decisioni umane: industriali, politiche, amministrative. Dalla contaminazione fisica alla responsabilità umana.
Il SIN di Crotone rappresenta uno dei casi più emblematici di contaminazione da: Tenorm, metalli pesanti, isotopi radioattivi. Questi elementi non sono semplicemente “presenti”. Sono persistenti, bioaccumulabili e interferenti con i network biologici, generando effetti che si esprimono lungo l’intero spettro della patologia: oncologica,neurologica, immunitaria e sistemica. Ma la domanda cruciale non è cosa sia presente nel suolo o nei tessuti.
La domanda è:perché lo è ancora. Nel paradigma classico, l’ambiente è il contenitore del rischio. Nel caso di Crotone, invece emerge un livello superiore:l’ambiente umano come moltiplicatore del rischio.
Tre elementi risultano sistematicamente documentabili. Ritardi cronici nelle bonifiche, decenni di stratificazione tossica senza rimozione efficace, trasferimenti di rifiuti che spesso configurano redistribuzione del rischio, non eliminazione. Assenza di biomonitoraggio avanzato strutturato, assenza di screening sistematici su popolazioni esposte, assenza di protocolli integrati di tossicologia clinica ed esposomica. Negazione o minimizzazione del rischio, narrativa pubblica disallineata rispetto ai dati tossicologici, ritardi nell’attivazione di registri tumori completi e aggiornati.
Questo quadro configura un fenomeno preciso: Non solo esposizione ambientale, ma esposizione istituzionale del rischio. In questo scenario, a malattia non è un evento isolato. E’ una risposta biologica coerente a un ambiente alterato. Il paradosso etico: sapere e non agire. Il punto più critico non è l’ignoranza. E’ il divario tra conoscenza e azione. Nel SIN di Crotone, la domanda non è se esiste un nesso tra ambiente e malattia.
La domanda più radicale: quante malattie sono state prodotte non dall’inquinamento ma dalla scelta di non intervenire nonostante decenni di consapevolezza. Oggi su un paziente oncologico in fase terminale ho effettuato un prelievo ematico risultato contaminato da sostanza tossiche ambientali. Un gesto clinico ordinario ,ma carico di un peso straordinario.
Non era soltanto la malattia a dominare la scena. Era la consapevolezza di trovarsi di fronte a un possibile esito di una lunga esposizione ambientale, silenziosa, cumulativa, spesso invisibile. In questi momenti, la medicina non è solo scienza. Diventa esperienza umana profonda e inevitabilmente rabbia.
Questo episodio non rappresenta un caso isolato, ma un frammento di una realtà più ampia, che interroga la coscienza collettiva quella meno ostile. Un paziente terminale in una stanza ,un prelievo e una verità scomoda: Crotone e il fallimento della prevenzione.
*medico oncologo
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