Cuteri, l’archeologo scalzo che ascolta la terra: “La Calabria è un mosaico di storie vive”

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Da sinistra: Parisi, Furrer, Chiriano, Venuto, Cuteri e Audino

Un viaggio tra i maestri del passato e le missioni future in Turchia: l'incontro al Garden di Catanzaro con lo studioso che legge la terra come un libro aperto.

  29 marzo 2026 13:17

di GUGLIELMO SCOPELLITI

Esistono momenti in cui la storia smette di essere polvere accumulata nei depositi per farsi carne, voce e, soprattutto, racconto. Sabato pomeriggio, mentre fuori una pioggia ostinata batteva sui vetri del Garden Bar Bistrò di Catanzaro, una trentina di persone si sono strette attorno ai tavolini per ascoltare Francesco Cuteri. Lontano dai soliti convegni accademici ingessati, l’incontro ha preso le forme di un caffè letterario dove l’archeologo – definito da molti “scalzo” per quella sua capacità quasi rabdomantica di sentire il terreno – ha riavvolto il nastro di una vita spesa a interrogare i silenzi della terra. La notizia risiede solo in parte nei suoi successi passati; oggi la vera sfida è quella nomina ministeriale all’Istituto centrale per il patrimonio immateriale che lo vede protagonista di una missione nuova: salvare l’anima invisibile dell’Italia, senza però smettere di sporcarsi le mani nei cantieri di scavo.

Il racconto di Cuteri parte da lontano, da un’immagine nitida: lui bambino, un sussidiario e i disegni delle civiltà mesopotamiche. Può essere che il destino si scriva già in terza elementare, tra i traslochi di un padre funzionario dell’agricoltura che lo svegliava alle quattro del mattino per portarlo in missione tra i campi di grano e gli uliveti: “Trovare un genitore che ti sveglia la mattina per salartela è una cosa meravigliosa”, confessa con un sorriso Cuteri, ricordando come quei viaggi abbiano impresso il suo vero imprinting. È lì che ha imparato a leggere il paesaggio quale palinsesto di fatiche umane, piuttosto che semplice cartolina.

Il dialogo, mediato dalla bookblogger Elisa Chiriano e arricchito dalle letture in romanesco di Salvo Venuto, ha toccato le corde della memoria universitaria a Siena. Cuteri evoca con emozione Riccardo Francovich, il maestro perduto tragicamente a Fiesole, l’uomo che gli affidò uno scavo a otto metri di profondità tra i rifiuti del Trecento quando era ancora una matricola. “Per me era molto più di un professore, era qualcuno che mi aveva adottato”, dice, descrivendo un’archeologia intesa come impegno sociale, fatta di scavi condivisi con gli operai “scartati” dalle acciaierie di Piombino.

C’è poi il capitolo delle donne straordinarie, a partire dalla sua maestra Emilia Zinzi. Cuteri ne tratteggia un profilo quasi mistico: una studiosa capace di far vincolare la propria casa per proteggerne la biblioteca, un’anima che vedeva il “materico” dietro ogni muro di calce. “D’inverno, aprivi la porta, l’odore di cherosene era impressionante”, ricorda l’archeologo, evocando quei pomeriggi passati a discutere con la sua mentore tra pile di libri che invadevano ogni angolo, persino il bagno, in una sorta di labirinto della conoscenza. Era una donna che non scendeva a compromessi con il potere, capace di lottare da sola contro l'oblio dei monumenti calabresi. Cuteri parla di lei come di una guida spirituale prima ancora che accademica; un'intellettuale che gli ha insegnato a guardare "oltre la superficie", a scorgere il valore civile di una pietra o di un rudere.

Il punto di svolta arriva nel 2012, a Monasterace Marina, l'antica Kaulon. Dopo anni di studi sul monachesimo bizantino – una passione che Cuteri paragona con ironia alla Nutella per la sua capacità di creare dipendenza intellettuale – la terra ha deciso di restituire un tesoro senza precedenti. Lo scavo delle terme urbane ha rivelato una meraviglia cromatica: “Viene fuori la testina di un drago, poi un delfino, poi un ippocampo”, racconta descrivendo la scoperta del mosaico più grande e antico della Magna Grecia. Un ritrovamento che ha varcato i confini specialistici, arrivando nelle case di milioni di italiani anche grazie alla partecipazione alla trasmissione di Rai 3 "Quante Storie". In quella sede, Cuteri ha saputo trasmettere l'essenza del proprio lavoro, spiegando come l'archeologia trascenda l'esercizio solitario per farsi atto di restituzione pubblica. Eppure, per lui, il primato scientifico e la risonanza mediatica passano in secondo piano rispetto alla bellezza del racconto che quelle tessere fanno di un mondo che sapeva ancora sognare in grande, tra mostri marini e divinità acquatiche.

Oggi Cuteri si divide tra l'insegnamento all'Accademia di Belle Arti e i nuovi impegni a Roma, ma il richiamo dello scavo resta intatto. A breve sarà in Turchia, a Nicea, qui parteciperà a una missione internazionale per indagare i segreti di una basilica sommersa.


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