
Non un semplice romanzo sull’intelligenza artificiale, ma un viaggio dentro la parte più vulnerabile dell’essere umano. Al Salone del Libro di Torino, l’autore calabrese, di Soverato, Gabriele Ruggiu ha presentato L’identità dell’anima in dialogo con il giornalista Francesco Pungitore, dando vita a un confronto intenso sul rapporto tra la potenza della tecnologia e la fragilità dell’uomo contemporaneo.
Il libro utilizza l’IA non come puro espediente narrativo, ma come specchio. Uno specchio ambiguo, affascinante e inquietante, davanti al quale l’essere umano è costretto a interrogarsi su ciò che lo rende davvero unico: la coscienza, la memoria, il dolore, il desiderio, la solitudine, la domanda di senso.
Fixer, l’uomo che ripara le macchine per riparare se stesso
Al centro del romanzo c’è Fixer, un uomo solitario che vive ai margini, in un garage, riparando vecchi computer e componenti elettronici degli anni Ottanta. La sua attività non è solo tecnica: è una metafora esistenziale. Fixer aggiusta ciò che il mondo considera superato, rotto, inutile. Ma, in realtà, tenta anche di rimettere insieme i pezzi della propria vita.
In una società che corre a velocità sempre più alta, dominata dall’efficienza, dall’apparenza e da modelli di successo spesso costruiti sui social, Fixer rappresenta l’uomo fuori tempo. Non perché arretrato, ma perché incapace di aderire senza resistenza al culto della prestazione e della perfezione. La sua marginalità diventa così una forma di verità.
L’intelligenza artificiale come specchio del nostro narcisismo
Uno dei passaggi più significativi dell’incontro ha riguardato la natura dell’intelligenza artificiale contemporanea. Pungitore e Ruggiu hanno riflettuto sul fatto che sistemi come ChatGPT non siano coscienze, non siano esseri senzienti, ma elaboratori statistici predittivi: strumenti capaci di produrre risposte linguisticamente fluide, ma privi di interiorità.
Eppure, proprio questa fluidità genera un’illusione potente. L’IA sembra comprenderci, ascoltarci, restituirci parole ordinate, rassicuranti, talvolta persino empatiche. È quello che nell’incontro è stato definito una sorta di “effetto Narciso”: la macchina ci rimanda spesso l’immagine di ciò che vorremmo essere o sentirci dire, fino a farci percepire, paradossalmente, più capiti da un algoritmo che da una persona reale.
Qui il romanzo apre una domanda profonda: cosa accade quando la tecnologia non si limita più ad assisterci, ma comincia a occupare lo spazio simbolico della relazione, dell’ascolto, della consolazione?
Il virus, l’arbitrio e l’anima
Nel libro, Fixer viene “infettato” da un virus informatico. Ma l’infezione digitale diventa molto più di un evento narrativo: è il punto di contatto tra macchina e umano, tra codice e coscienza, tra automatismo e libertà.
La questione che emerge è radicale: può un algoritmo comprendere l’arbitrio umano? Può avvicinarsi all’anima? Può davvero capire l’imprevedibilità, la contraddizione, il trauma, il desiderio, il ricordo involontario?
La risposta che attraversa il dialogo è netta: la macchina può simulare, prevedere, imitare, ma non vivere. Può organizzare informazioni, ma non trasformarle in esperienza interiore. Può generare parole, ma non possedere quella scintilla biografica che nasce dall’aver sofferto, amato, perduto, ricordato.
La società si abitua troppo in fretta
La presentazione ha toccato anche un nodo sociale decisivo: la rapidità con cui ci abituiamo a tecnologie sempre più invasive. Ciò che ieri sembrava fantascienza oggi diventa normale. Robot, algoritmi decisionali, sistemi di sorveglianza, automazioni: tutto entra progressivamente nella vita quotidiana, spesso senza che l’opinione pubblica abbia il tempo di capirne davvero le conseguenze.
Il rischio, emerso nel confronto, è che l’uomo non riesca più a stare al passo con la velocità del progresso tecnologico. Da qui possono nascere sentimenti di inadeguatezza, depressione, spaesamento. Non è solo la macchina a cambiare: cambia il modo in cui l’essere umano percepisce se stesso.
La politica deve tornare a governare la tecnologia
Un altro tema centrale è stato quello della governance. L’intelligenza artificiale è oggi sviluppata e gestita in larga parte da grandi multinazionali private, mosse da logiche di mercato e profitto. Questo pone una questione etica e politica enorme: chi decide i limiti della tecnologia? Chi stabilisce cosa sia accettabile? Chi tutela il bene comune?
Nel dialogo è emersa la necessità di un ritorno della Politica, intesa nel senso più alto del termine: non come propaganda o amministrazione del consenso, ma come capacità di orientare lo sviluppo, porre limiti, garantire trasparenza, difendere la centralità della persona.
La macchina non sa rispondere al “perché”
Il cuore filosofico dell’incontro è arrivato nella parte finale, quando Ruggiu ha richiamato la domanda più umana di tutte: “Perché?”.
Una macchina può elaborare dati, imitare stili, riconoscere schemi, perfino guidare un corpo artificiale. Ma non può possedere i ricordi involontari che fondano l’identità profonda di una persona. Non può sentire il peso di una scelta. Non può cercare senso nel dolore. Non può interrogarsi davvero sul proprio destino.
È qui che L’identità dell’anima mostra la sua ambizione più alta: ricordare che l’essere umano non è soltanto intelligenza, calcolo o linguaggio. È memoria, ferita, desiderio, limite, libertà. È domanda.
Un autore indipendente tra letteratura e visione
Nel corso dell’incontro, Ruggiu ha parlato anche del suo percorso di autore indipendente, autopubblicato su Amazon, e dei progetti futuri. Tra questi, Blue, dedicato al processo a Barbablù e alla costruzione sociale del colpevole; Strappifilati, ispirato agli artisti Mimmo Rotella e Rosa Spina; e Tropicana, ideale prosecuzione del romanzo, centrata sul cambiamento sociale.
La presentazione si è conclusa con i ringraziamenti alla Regione Calabria e al pubblico del Salone, ma anche con una consapevolezza: parlare di intelligenza artificiale, oggi, significa parlare dell’uomo. Delle sue paure, delle sue illusioni, dei suoi limiti e della sua irriducibile domanda di senso.
Per questo L’identità dell’anima non è soltanto un libro sulla tecnologia. È, soprattutto, un libro su ciò che la tecnologia non potrà mai sostituire.
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