Danilo Romeo (FdI): “Nessuna ‘conta etnica’ nelle scuole”

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images Danilo Romeo (FdI): “Nessuna ‘conta etnica’ nelle scuole”


  22 settembre 2026 15:04

di DANILO ROMEO*

 
La polemica di Carla Rotundo e del Partito Democratico di Catanzaro contro il limite del 30 per cento di alunni che non conoscono adeguatamente l’italiano parte da un presupposto falso e come al solito strumentale: nessuno vuole contare i bambini stranieri, dividerli in base alla provenienza o trasformare la scuola in una fortezza. Le misure annunciate dal Governo affrontano un problema concreto, che dirigenti scolastici e insegnanti conoscono bene: garantire che in ogni classe sia possibile comprendere la lingua nella quale si svolgono le lezioni.Il ministro Valditara ha chiarito che il limite del 30 per cento non riguarderà gli alunni in quanto stranieri e non sarà determinato dalla cittadinanza o dal Paese di origine. Riguarderà esclusivamente gli studenti che non conoscono adeguatamente la lingua italiana, non i bambini che hanno frequentato la scuola dell’infanzia o gli alunni che hanno già completato con profitto alcuni anni di scuola. La norma potrà invece interessare anche chi possiede un passaporto europeo, se non è in grado di comprendere l’italiano. Basta, quindi, con gli attacchi falsi e offensivi contro una destra che se la prenderebbe con i bambini stranieri.Non c’è alcuna “conta etnica”, ma la necessità di assicurare a ogni classe le condizioni per imparare. Per i genitori degli studenti con gravi difficoltà di inserimento saranno inoltre previsti corsi di italiano, affinché possano seguire il percorso scolastico dei figli.Giorgia Meloni lo ha spiegato con chiarezza dal palco di Fenix: se in una classe c’è un solo bambino che non comprende l’italiano, sarà più facile aiutarlo a imparare e a inserirsi; se gli alunni che non conoscono la lingua diventano tanti o addirittura la maggioranza, l’integrazione diventa molto più difficile. L’unica cosa che rischiano di imparare è l’emarginazione. Chiamare tutto questo integrazione è una menzogna comoda per chi vive di ideologia e poi manda i propri figli in scuole nelle quali il problema non esiste. Questo è il razzismo dei “buoni”.
Quando una parte consistente della classe non comprende la lingua della lezione, l’apprendimento diventa più difficile per tutti e si rafforzano le dinamiche di isolamento che la scuola dovrebbe contrastare. A pagarne il prezzo sono anzitutto gli alunni stranieri che vogliono integrarsi, ma anche i loro compagni, che vanno a scuola per imparare e non per svolgere il ruolo di mediatori culturali, e gli insegnanti, costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili.
Il risultato è che le famiglie che possono permetterselo – molto spesso le stesse alle quali appartengono tanti commentatori da salotto – spostano i propri figli verso altri istituti. Chi non ha possibilità di scelta, e spesso vive nelle periferie urbane, resta invece nelle scuole nelle quali si concentrano tutte le difficoltà. È così che nascono le vere classi ghetto. Il conto non lo paga chi può scegliere una scuola privata o offrire ai figli esperienze formative all’estero, ma chi ha soltanto la scuola pubblica.Il limite del 30 per cento, del resto, non nasce oggi. Era già previsto da una circolare firmata nel 2010 dall’allora ministro Mariastella Gelmini, rimasta in larga parte inapplicata. Ora il Governo intende inserire quel principio in una legge, affidando compiti precisi agli uffici scolastici territoriali e prevedendo strumenti organizzativi e risorse per rafforzare l’insegnamento dell’italiano. La sinistra dice di voler impedire la formazione delle classi ghetto, ma attacca una misura pensata proprio per evitarle. E mentre Carla Rotundo vede il fascismo ovunque e accusa la destra di voler omologare i ragazzi, dimentica chi nelle scuole per anni ha imposto il pensiero unico e cercato di soffocare ogni voce critica. È stata proprio la sinistra, per troppo tempo, a cercare di trasformare le aule in luoghi di propaganda anziché di formazione.
 
Non a caso definisce “legge bavaglio sull’affettività” un provvedimento che non vieta affatto di parlare di rispetto, relazioni e contrasto alla violenza, ma tutela il diritto delle famiglie a essere informate e pone un argine all’ingresso nelle scuole delle associazioni che promuovono le teorie gender, soprattutto quando si tratta dei bambini più piccoli. 
È facile celebrare in astratto la “ricchezza della diversità” dal proprio divano. Più difficile è affrontare i problemi delle scuole nelle quali la mancanza di una lingua comune impedisce agli alunni di comunicare e agli insegnanti di svolgere pienamente il proprio lavoro.
 
La diversità è una ricchezza quando tutti sono messi nelle condizioni di partecipare, comprendere e apprendere.Non c’è alcun razzismo in queste misure. C’è la volontà di non abbandonare la scuola pubblica alla rassegnazione e di offrire ai ragazzi italiani e stranieri le stesse possibilità. La diversità deve essere un arricchimento, non un ostacolo alla crescita, e la conoscenza della lingua italiana resta il primo, indispensabile strumento di vera integrazione.
 
*dirigente provinciale Fratelli d'Italia