Del teatro/canzone Viso di Primavera, la malinconia come inno alla vita

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Nelle canzoni di Piero Ciampi e nelle parole di Cesare Pavese

  27 aprile 2026 08:19

di PINO BERTELLI

Sul palcoscenico del Teatro Comunale di Catanzaro è avvenuto il debutto del teatro/canzone, Viso di primavera, per la regia di Francesco Mazza con il musicista Peppe Fonte e lo scrittore Domenico Dara.

Un atto di solidarietà che il Teatro di Calabria Aroldo Tieri ha inteso promuovere, nella speranza che simili iniziative possano moltiplicarsi, nei confronti del Centro Calabrese di Solidarietà che proprio in questo 2026 compie 40 anni di  intensa attività a favore degli ultimi.  Isolina Mantelli, presidente del CCS, presente in sala, ha definito bella ma soprattutto buona la rappresentazione sottolineando che i messaggi despettacolarizzati sono utili per familiarizzare col dolore e comprenderne l’umanità e  la spinta vitale che esso contiene.

Nell’intreccio, nella mescolanza e condivisione tra le canzoni del cantautore/poeta livornese Piero Ciampi e la diaristica di Cesare Pavese, Mazza affabula una scenografia scarna, austera, metaforica… un impermeabile, un cappello, un bicchiere sporco di vino figurano la vita difficile di Piero Ciampi… e Peppe Fonte con le canzoni di Ciampi ci porta alla commozione fino a sentire il battito del cuore ammaccato d’amore disperato… un tavolino, dei libri e la voce calda e l’interpretazione partecipata  di Domenico Dara ci fa vivere tutta l’estrema malinconia del poeta piemontese.

La regia di Mazza, inoltre,  mette in scena cento rose appassite e una sedia che in chiusa della rappresentazione diventa blu e ci porta a volare verso la memoria e la storia di questi due angeli con le ali sgualcite che hanno attraversato la cultura importante di un’italietta conformista e prona a tutte le mode e mitologie suggerite dal mercato culturale.

Viso di primavera si apre con la voce fuori campo che ci sprofonda in una visione universale dell’amore perduto quanto nella speranza d’amore per l’umanità tutta ancora da conquistare. Le musiche e i testi provocatori di Ciampi s’affrancano alla poetica introversa di Pavese e insieme vanno a mostrare l’intimità e al contempo la forza autoriale di quella “disperata vitalità” di cui parlava Pier Paolo Pasolini nelle sue opere… il regista è riuscito ad amalgamare l’amarezza della solitudine di Ciampi e Pavese con quella loro richiesta di vita, sempre respinta da una realtà quotidiana che li imprigionava nella loro fragilità a vivere, con frammenti di assoluta voglia di esprimere l’amore amato come poche volte è stato visto sui palcoscenici italiani.

La voce roca di Fonte sembra accarezzare le parole di Ciampi e le depone sulle note di pianoforte come rose mai appassite, semmai bagnate di lacrime ubriache di sogni che Ciampi disperdeva là, sui fossi di Livorno. L’interpretazione vocale e posturale di Dara conferisce all’autobiografia amorosa di Pavese il peso di Kafka in Lettera al padre o, più ancora, la sofferenza augustea di Alda Merini… Dara s’addossa, dicevamo, l’intera condizione umana di un uomo complesso, solitario, anche capace di insorgenze imprevedibili e si trascolora nell’uomo che soffre tanto fino a volare via dalla vita in un albergo  di Torino.

Va detto che ci sono stati alcuni leggeri incidenti tecnici delle luci e  del sonoro ma non hanno impedito la riuscita della rappresentazione. Chissà se la poetica e l’unicità dello spettacolo abbiano coinvolto anche tecnici e attrezzature, e anche le luci sono impazzite!

Il teatro/canzone di Mazza si riallaccia alle radici culturali/politiche degli spettacoli di Giorgio Gaber, Dario Fo o Paolo Rossi, ma lo fa con la consapevolezza dei “minimi termini”, cioè con la filosofia libertaria che porta l’arte nella vita quotidiana e la vita quotidiana nell’arte. E lo fa in terra di Calabria che dà il via a una iniziazione che ci auguriamo nazionale, come sarebbe giusto. Al fondo di questa “finestra sul mondo” degli ultimi, degli svantaggiali, dei più fragili c’è la grandezza alla quale può arrivare il genere umano quando fa dell’amore il primo mattino del mondo.

Quando il palcoscenico si chiude ci sembra di sentire nel cuore: “Verrà l’amore e avrà i vostri occhi”. Buona Visione.

 


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