Dibattito su Catanzaro, Talerico: "Una città inizia a morire quando smette di amare se stessa"

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images Dibattito su Catanzaro, Talerico: "Una città inizia a morire quando smette di amare se stessa"


  06 maggio 2026 08:59

di ANTONELLO TALERICO*

Catanzaro, oggi più che mai, rappresenta in maniera drammatica il paradosso di molte città del Sud: possedere un centro storico di enorme valore umano, culturale e identitario e, allo stesso tempo, assistere al suo progressivo impoverimento, sociale ed economico. Eppure il destino di una città si misura proprio da come tratta il suo cuore antico. Molte realtà italiane che oggi vengono indicate come esempi virtuosi sono ripartite esattamente dal recupero dei loro centri storici. Hanno investito nella bellezza, nella vivibilità, nella cultura, nel commercio di prossimità, nella sicurezza, negli eventi permanenti, nel turismo intelligente. Hanno compreso che il centro storico non è un peso del passato, ma la principale leva per costruire il futuro.

Catanzaro, invece, rischia da anni di vivere un lento e silenzioso svuotamento della propria anima urbana. Serrande abbassate, immobili abbandonati, servizi insufficienti, scarsa programmazione, difficoltà di accesso, desertificazione commerciale e una sensazione diffusa di rassegnazione hanno progressivamente indebolito quel tessuto umano che un tempo rendeva il centro storico vivo, frequentato e pulsante. E la cosa più dolorosa è che Catanzaro possiede tutto ciò che servirebbe per rinascere: storia, panorami straordinari, architettura, tradizioni, identità, posizione strategica, patrimonio culturale e persino quella conformazione urbanistica fatta di vicoli, piazze e scorci che molte città oggi cercano artificialmente di ricreare per attrarre turismo e socialità. Il problema è che troppo spesso non ci si rende conto del valore immenso che si possiede finché non lo si perde.
Vivere un centro storico non significa semplicemente abitare tra vecchi palazzi o strade antiche.
Significa vivere dentro una memoria collettiva. Dentro una storia che continua a parlare attraverso ogni pietra, ogni scalinata, ogni balcone consumato dal tempo. Significa custodire un’identità che non può essere costruita artificialmente né acquistata con il denaro. Per questo chi vive o nasce in un centro storico dovrebbe sentirsi fortunato. Perché eredita qualcosa di irripetibile.

Ma i centri storici non muoiono all’improvviso. Muiono lentamente, un po’ alla volta.Muiono nell’indifferenza verso il degrado, nella rassegnazione davanti ai problemi, nella superficialità con cui si tollerano l’incuria, lo sporco, il vandalismo, il silenzio delle attività che chiudono. Ed è qui che le responsabilità diventano doppie. Da una parte esistono evidenti limiti amministrativi: assenza di visione, incapacità di programmare davvero una rinascita urbana, mancanza di investimenti strutturali, scarsa attenzione al decoro, ai servizi, alla sicurezza e alle attività economiche.

Dall’altra, però, esiste anche un problema culturale e civile.Perché nessuna amministrazione potrà mai salvare un centro storico se una parte dei cittadini ha smesso di sentirlo proprio. Se prevale il disinteresse. Se si perde il senso di appartenenza. Se si rinuncia persino all’orgoglio di difendere la bellezza della propria città. La verità è che una città inizia a morire quando smette di amare se stessa.
E forse il dramma più grande non è nemmeno il degrado materiale. È l’abitudine al degrado.
Perché quando una comunità si abitua al brutto, all’abbandono e alla mediocrità, finisce lentamente per non riuscire più neppure a immaginare che le cose possano tornare belle.

Catanzaro, invece, avrebbe bisogno esattamente del contrario: ritrovare orgoglio, visione, coraggio e amore per il proprio centro storico. Perché è da lì che le grandi città ripartono sempre. Dal loro cuore...dalla voglia di riscatto e dalla capacità di essere all'altezza delle grandi sfide che al momento stiamo perdendo.

*Consigliere Comunale Catanzaro

 


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