
di DON ROBERTO CORAPI
Bisogna ripartire dal Keriygma per una pastorale di azione a 360 gradi in una società che va sempre di più perdendosi. Oggi il mondo universitario è convinto sempre di più che nel fare pastorale non funziona iniziare con cosa è giusto o sbagliato ma funziona annunciare: sei amato; la tua vita ha un senso ; Cristo è vivo e ti cerca. Se si parte dalla norma si perde l’uomo moderno; se si parte dall’incontro, si apre un cammino.
Viviamo nell’epoca della sfiducia istituzionale e il Vangelo deve oggi intercettare le domande reali: solitudine, ansia, identità paura del futuro, fallimento affettivo.
Non bisogna parlare solo di peccato ma di ferita, ricerca di senso, nostalgia di infinito. Prima della dottrina è importante l’incontro.
Le nostre Chiese devono diventare delle comunità calde e non uffici di sacramenti. La pastorale oggi deve chiedersi non come riportare la gente in chiesa, ma come fare incontrare Cristo nel mondo di oggi. La comunità deve essere intesa non solo come struttura, ma come esperienza.
Le chiese si svuotano, sì. Ma le piazze interiori restano abitate da domande. Se la Chiesa saprà ascoltarle, senza paura e senza nostalgia, potrà ancora offrire una parola significativa. Non come voce dominante, ma come lievito discreto. Non come potere culturale, ma come compagnia di strada.Forse il tempo delle maggioranze è finito. Ma può iniziare il tempo della profondità. E in un mondo affollato di rumori, anche una voce mite può diventare decisiva. E il tempo di ripensare come fare pastorale oggi.
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