Due anni di Covid 19, riflessione di Maria Grazia Leo

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Maria Grazia Leo
  23 febbraio 2022 13:34

di MARIA GRAZIA LEO

Era il 20 e il 21 febbraio di due anni fa e l’Italia oltre ad essere attraversata dalla morsa del freddo del generale inverno, iniziava a percepire e vivere sequenze di giornate più gelide e più sofferte di quelle del calendario 2020. Codogno provincia di Lodi e Vo’ Euganeo provincia di Padova, qui in queste due cittadine del nord Italia si presenta l’incubo del virus Sars-Covid 19, un’epidemia che piano piano prenderà il nome di pandemia; una pandemia che colpirà a fondo e violentemente i polmoni, le vie respiratorie e che in molti casi ruberà la vita stessa di milioni di persone in tutto il mondo, lasciando nel nostro paese ad oggi oltre 150.000 vittime. A Codogno si riscontrerà il primo paziente 0 – Mattia Maestri- e a Vo’ Euganeo il pensionato Adriano Trevisan aprirà il triste album dello “Spoon River” italiano dovuto al Coronavirus e sue successive varianti.

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Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Alla paura, alla incredulità e alla speranza generatesi in questi due anni in trincea corrispondono altrettante responsabilità, allarmi ignorati, informazioni non date o date in ritardo dalle varie autorità governative? Premesso che il lavoro degli scienziati e degli storici e in certi casi dell’autorità giudiziaria a pandemia ancora in atto avrà un decorso lungo e accurato possiamo comunque dire che il Covid 19 si sviluppa tra la fine dell’autunno e gli inizi di dicembre del 2019 nel continente asiatico e precisamente nella città di Wuhan in Cina. Ma l’Europa e il resto del mondo ne verranno a conoscenza solo il 20 gennaio 2020, il giorno della verità senza più tentennamenti e finzioni fin qui adottate dalle autorità cinesi che per ragioni politiche ed economiche avevano ridimensionato il problema sanitario, escludendo la trasmissione da uomo a uomo dell’epidemia, addicendo di una malattia prevedibile e controllabile. Tutte le cancellerie più importanti, compresa l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)  all’inizio credono e si fidano delle “verità “ cinesi fino a quando è lo stesso presidente della Cina Xi Jinping, che avvertito del problema dispone da Pechino un relazione dettagliata con risposte certe, che porteranno ad attribuire ritardi e responsabilità sui funzionari locali. Ormai è di domino pubblico che il virus si trasmette da uomo a uomo e che tra censure, omissioni e sottovalutazioni è difficile arginarlo e bloccarlo in tempo- prima- in Asia e a seguire in Europa, in America, in Africa. La pandemia circola e circola veloce come i vettori che trasportano le persone, parte di loro inconsapevoli causa di contagio e generatori di focolai nei territori visitati o di residenza.

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Ed in Italia la situazione non è delle migliori, nonostante a fine gennaio il Governo Conte avesse proclamato lo stato d’emergenza e rassicurato in tv che eravamo pronti a contrastare una eventuale diffusione del Covid , dopo che il ministro Speranza in seguito ai primi due casi di turisti cinesi contagiati avesse bloccato tutti i voli dalla Cina, in realtà il quadro di protezione inizia a presentarsi non certamente così granitico.

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Fino al primo caso di Mattia Maestri a parte che far gestire una possibile emergenza alla Protezione Civile che tra l’altro si trova impreparata per un caso mai affrontato prima, nulla si fa e nulla più si dispone. Poi dal 21 febbraio si tenta di arginare l’essenziale ed il contingente, chiudere Codogno e le sue zone limitrofe queste le richieste del ministro della Salute al Presidente del Consiglio, nonostante le reticenze e le timidezze di alcuni partiti della maggioranza di governo sulle richieste suddette. Da quel momento in poi assisteremo ad un continuo balletto- poco edificante- tra aperturisti e rigoristi nel contrasto alla pandemia nei partiti politici, tra Regioni e Governo, nella società, nel mondo del lavoro ognuno sicuramente con uno scopo di natura economica o di immagine o con una relativa visione del problema. Solo che in questo caso pur rispettando il relativismo del pensiero, ci si presentava d’innanzi a noi, alle nostre coscienze, alle nostre responsabilità individuali e collettive un assoluto a dir poco importante sul piano costituzionale, morale, politico, sociale: la tutela della salute pubblica e di conseguenza la tutela delle persone fragili, bisognose e indifese.

Se ci spostiamo sul versante sanitario e della scienza anche qui ci siamo ritrovati in una mini babele di posizioni altalenanti sul come affrontare il Covid…si è partiti inizialmente con una politica dell’ospedalizzazione dei contagiati, esonerando la medicina territoriale, dall’altro lato ci si è divisi tra chi voleva fare lo screening di massa su tutti e chi solo verso le persone che risultassero alla prova del tampone positive, tra chi riteneva utile le mascherine solo per i sanitari e i positivi e chi le riteneva necessarie anche per gli asintomatici o per chi contagiato al momento non risultava. Le strutture sanitarie si trovavano d’altronde impotenti nel fronteggiare un’emergenza ormai dilagante prima nel centro-nord e poi in forma minore al Sud sul piano dei decessi e dei contagi ma non su quello dei reparti di terapia intensiva e di ricovero ordinario che si saturavano presto - perché- i posti erano limitati. Mancavano i dispositivi di protezione mascherine, calzari plastificati, occhiali protettivi e soprattutto per le mascherine FFp2 nonostante l’attivismo della Protezione Civile e della Consip – la centrale unica degli acquisti pubblica- ancora a marzo si brancolava nel buio e molti medici ed infermieri morivano per essere intervenuti a “mani nude” nell’aiutare i malati. Sul piano politico assistiamo a giornate di tentennamenti, da parte del premier Conte nel predisporre misure più drastiche, perché da un lato c’era il Pd e la Lega che non volevano chiudere Milano e le altre città produttive, spalleggiati dalla Confindustria che evidenziava catastrofiche conseguenze economiche per il Paese. Ma il virus non poteva certamente intimidirsi davanti a queste spiegazioni e avanzava sempre di più di focolaio in focolaio a Bergamo, Brescia, Lodi, Bologna, Napoli e così via. Tant’è che il ministro della Salute Speranza alla fine piega le ultime resistenze dell’esecutivo ed ottiene la chiusura di tutta Italia per 15 giorni ma in realtà saranno due mesi pieni, perché non si è voluto dire tutta la verità, per non spaventare e non allarmare i cittadini.

Siamo pertanto giunti ad un’altra data simbolo dei ricordi e delle emozioni: il 9 marzo 2020, il governo vara il Decreto Legge “Io Resto a casa”. Già nel verbale n.6 del Comitato tecnico scientifico che affiancava l’esecutivo nell’emergenza - riunitosi il 7 febbraio- si fa riferimento ad un documento di fine gennaio (Il Piano di organizzazione della risposta dell’Italia in caso di epidemia) in cui si raccomanda la massima cautela nella sua circolazione per evitare che arrivi alla stampa. Si temeva che il Paese non reggesse all’impatto della notizia e della pericolosità del Covid 19. Ma forse non sarebbe stato meglio esser chiari subito invece che a cose fatte? Questi errori e queste sottovalutazioni li ritroveremo poi nell’estate 2020, con la seconda ondata del virus che riprenderà a correre già da settembre così come nell’anno successivo nella terza e quarta ondata. Con alcune differenze che saranno dovute all’arrivo del vaccino.  Ma tornando al nostro racconto, dicevamo…siamo pertanto giunti ad un’altra data simbolo dei nostri ricordi e delle nostre emozioni: il 9 marzo 2020, il governo vara il D.p.c.m #Io Resto a casa. In pratica è il LOCKDOWN una parola -a noi sconosciuta- del nostro vivere contemporaneo e quotidiano ma che da ora in poi predominerà e condizionerà tutte le nostre abitudini ed i nostri tenori di vita. Tutta l’Italia diventa zona protetta, gli spostamenti saranno limitati e consentiti solo per esigenze lavorative, per motivi di salute e necessità da comprovare con autodichiarazione; vietati gli assembramenti, ristoranti e bar chiusi dalle 18; scuole chiuse; centri commerciali chiusi nel fine settimana; sospesi gli eventi sportivi, stop a palestre e piscine, centri culturali; ferme le attività produttive non di prima necessità ecc.… Dalle città di tutta la penisola le luci spente delle vetrine segneranno per molti e molti giorni la vita che si ferma; le strade rappresenteranno la strumento di passaggio delle ambulanze che a sirene impazzite cercheranno posti liberi negli ospedali vicini o limitrofi;  per il resto si ascolteranno solo i suoni del silenzio, un silenzio intervallato dall’intonazione dai balconi del nostro Inno di Mameli e dagli striscioni appesi  “ Andrà tutto bene”  inneggianti speranza, voglia di resistere, spirito di comunità, senso di solidarietà. È come se le classi sociali o l’età non facessero più la differenza, tutti per uno ed uno per tutti per combattere una guerra, un nemico invisibile e più furbo e veloce di noi.

Il 18 marzo fotograferà plasticamente l’essenza di un paese in ginocchio: i camion dell’esercito che trasportano le bare di chi non ce l’ha fatta verso la cremazione, perché anche i cimiteri sono strapieni. Ma quanto potrà mai durare tutto questo momento di afflato solidale e nazionale? Non molto purtroppo, gli italiani oltre ad avere memoria corta, sono restii nel rinunciare alle proprie libertà, ai propri riti, agli eventi natalizi, pasquali, ai balli estivi e similari per cui tutte le restrizioni e gli allentamenti che si sono susseguiti a colpi di Decreti del presidente del Consiglio (i D.p.c.m) o Ordinanze ministeriali non sempre sono state adempiute e rispettate alla lettera a partire fin dall’estate 2020, facendo così balzare ancora la diffusione del Covid e riempiendo fino al collasso le strutture sanitarie. L’unica luce che si è potuta intravedere, con l’inizio del 2021 è stato -come accennato prima- l’arrivo dei vaccini come frontiera di contenimento della pandemia dal punto di vista della gravità della malattia; non si sarebbe rischiato di finire in ospedale per curarsi e nei casi più gravi in terapia intensiva per tentare di salvarsi. Ad oggi abbiamo vinto tante battaglie in merito, siamo ripartiti con le attività, con una vita sempre protetta e quasi normale ma non abbiamo ancora vinto la guerra al Covid; siamo nella stragrande maggioranza consapevoli di quello che è stato e che è, delle responsabilità individuali dipese dai nostri comportamenti e delle responsabilità collettive e politiche dovute a errori e a scelte non prese in tempo -forse dovute al fatto di non aver capito la gravità che stava incombendo sulle nostre vite? forse per mancanza di coraggio politico repentino? forse per paura di come avrebbe reagito la popolazione d’innanzi ad un urto così devastante?....forse restiamo per ora sul forse, la storia può attendere.

Di certo non ci resta che guardare la medaglia dal lato positivo degli accadimenti, soprattutto quando pensiamo all’esemplare sacrificio, dedizione ed impegno di quei medici, infermieri, di quei volontari, alcuni dei quali sono arrivati a dare la vita per salvare chi era stato colpito da questo brutto e subdolo virus. Essi hanno saputo vestire la loro professione con la migliore stoffa della vocazione, della missione del cuore e di questo bisognerà esser loro grati. Un pensiero e un ricordo affettuoso va riservato a tutte le vittime inconsapevoli di una sofferenza, di un dolore, di una fine senza più respiro a cui stavano andando incontro; essi- non dimentichiamocelo mai- non sono stati solo un numero che statisticamente ci metteva -ore dopo ore-difronte alla tragedia pandemica ma sono state persone che hanno lasciato in sospeso e spezzati sogni, aspettative, sentimenti, promesse, affetti, sorrisi. Pura vita.

 

 

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