
di GAETANO MARCO GIAIMO
Un Re maggiore a dare il via, un Re settima a concludere: tra questi due accordi, in mezzo, tutte le note che danno vita al folk introspettivo con tratti di alternative country malinconico di Dylan Leblanc.
Il trentacinquenne originario della Louisiana si è esibito oggi pomeriggio in concerto al Museo del Rock di Catanzaro, con una scaletta che, in poco più di un'ora, gli ha permesso di dar sfoggio del suo grandissimo talento musicale. La chitarra acustica suonata in finger-picking ha accompagnato la sua voce graffiante e piena di emozione, definita "falsetto drammatico" dal padrone di casa, il direttore del Museo Piergiorgio Caruso, nel corso dell'introduzione all'evento.
"Dylan è cresciuto con il padre musicista, songwriter e chitarrista per la Florence Alabama Music Enterprise: questa etichetta ha lanciato musicisti leggendari come Aretha Franklin e Duane Allman", ha raccontato Caruso. "Questo giovane nel corso della sua vita ha potuto toccare con mano questi ambienti. Molti lo definiscono il Neil Young dei nostri giorni ma lo stile è decisamente diverso". Spazio poi a Leblanc: l'artista, molto abile alla chitarra, ha un timbro davvero particolare che gli permette di far vibrare gli animi dei presenti. La sala è gremita nonostante le condizioni metereologiche avverse e l'ambiente si raccoglie attorno a Dylan, che sfoggia un'estetica bohemien che ben si adatta al suo folk d'altri tempi.
I brani si susseguono rapidamente: i testi riflettono l'animo tormentato di Leblanc, gli arpeggi e gli assoli tracciati dalle sue dita riverberano per la stanza, l'aria si riempie delle emozioni che trasmette e il pubblico appare visibilmente coinvolto nell'esibizione. Dylan ringrazia in italiano, scherza coi presenti quando parte la suoneria di un telefono ("good song", "bella canzone"), e si lascia andare a un "Catanzaro è bellissimo!", dichiarandosi grato di poter condividere questo momento con gli spettatori. Coyote chiude la scaletta: lasciando il Museo del Rock, la sensazione è di aver assistito a qualcosa di davvero raro e prezioso, come sottolineato da Caruso nel suo saluto finale. "In Italia, nel 2026, è davvero raro poter ascoltare una musica così d'atmosfera e dobbiamo ringraziare questo ragazzo per averci fatto fare un salto nel tempo".
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