"E… state con noi" /1 A Pizzo la rivisitazione urbana diventa arte

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Culture, segni e installazioni che riaprono il paesaggio e restituiscono voce ai suoi paesaggi più nascosti

  02 agosto 2026 08:20

"E… state con noi" è la nuova rubrica di Giovanna Bergantin dedicata a personaggi e luoghi fuori rotta che "La Nuova Calabria" pubblicherà ogni domenica. La prima puntata è dedicata a Pizzo

 di GIOVANNA BERGANTIN 

A Pizzo l’estate si dipana tra il via vai dei turisti, il richiamo del mare, i bar che si aprono sulla piazza e il profumo del tartufo che esce dalle gelaterie. Ma dietro la cartolina ci sono storie, quelle che vivono i vicoli e restituiscono al paese la sua identità più profonda.

Qui ha il suo habitat artistico Antonio La Gamba, custode di una memoria che non si limita a raccontare la storia dei luoghi, ma li attraversa e li interpreta. Con lui Pizzo non è solo la città del tonno e del Castello, ma un tessuto di voci, gesti e scorci che diventano materia creativa. Un laboratorio diffuso che si rinnova nel tempo e sfugge alle mode, capace di restituire al borgo la sua trama più autentica. Un percorso urbano che l’artista ci fa vivere e guardare con occhi nuovi. Un itinerario che si perde nei vicoli stretti che si aprono all’improvviso sul mare, si arrampica sulle scalette, scorre nelle pieghe tra le case e segue svolte improvvise a filo dei muri. Si parte da Piazza Mercato, dove una scultura dell’artista ricorda le venditrici del luogo e apre il cammino. Da lì si va nel Vicolo dei Cuori, una piccola galleria a cielo aperto che raccoglie emozioni diverse: cuore infranto, cuore di pietra, cuore dolce, cuore e basta. Ogni segno è una micro narrazione che invita a rallentare, a guardare, a riconoscere. Si sbuca su corso San Francesco, dove piccoli manufatti in ferro battuto — sagome leggere che sembrano muoversi tra i muretti e osservare chi passa — ricordano il Vicolo dei Gatti. Sono opere semplici, capaci di catturare l’attenzione di chi attraversa le viuzze che dal cuore antico di Pizzo scendono verso la zona più animata. Tra negozietti di gingilli, souvenir e riviste, le sagome dialogano con le vetrine, soprattutto con quella di Streusa, che accompagna ai libri e alle cartoline l’anima del borgo nepitino, affollatissimo tutto l’anno.

"Per un artista, realizzare un’opera da lasciare in una piazza è una grande soddisfazione" testimonia Antonio La Gamba, con voce semplice e profonda. "Nasce dal rapporto quotidiano con il paese, dai gesti che lo attraversano, dalle voci che lo abitano". Ed è proprio da questa osservazione che prende forma la sua arte: un dialogo potente con i luoghi, un ascolto attento alle storie minime dei paesaggi, delle presenze che resistono al tempo. Le sue opere non vogliono stupire, ma evocare emozioni. Sono innesti leggeri che non invadono, ma si intrecciano con il tessuto urbano.

"Ho iniziato da autodidatta. Andavo a scuola ma, contemporaneamente, sono andato a bottega: è stato fondamentale, perché ho imparato le tecniche e la passione è aumentata», racconta l’artista tracciando il suo autoritratto. «Prima ho seguito un amico pittore: ero curioso, desideroso di capire. Ho lavorato l’argilla, che mi appassiona. In accademia mi sono specializzato in scultura, poi ho preso il diploma in ceramica. Mi piace trovare il materiale giusto per ogni idea, dipende da dove deve essere collocata".

Nel suo catalogo artistico, fresco di stampa, edito da Rubbettino, La Gamba raccoglie anni di lavoro: sculture, installazioni, bozzetti, studi preparatori. È un archivio vivo, che racconta l’evoluzione di un linguaggio che parte dalla tradizione del ferro battuto e arriva a una forma contemporanea di narrazione urbana. Sfogliarlo significa attraversare i paesaggi che hanno segnato la sua ricerca e vedere come ogni tema si sia trasformato nel tempo.

Le opere destinate ai luoghi della fede sono un capitolo incisivo di questa trama. Non sono solo immagini: sono forme pensate per dialogare con spazi che portano secoli di storia. Guardandole, si intuisce che potrebbero abitare una chiesa dove è passato Gioacchino da Fiore o una cappella che ha visto generazioni di mani giunte. Sono opere che non decorano: riaprono il luogo, gli restituiscono respiro e lo rimettono in movimento, come se la materia tornasse a parlare dopo secoli di silenzio. Creazioni ideateper essere parte del paesaggio, non un corpo estraneo, un modo per restituire alle località la loro voce e permettere a chi passa di fermarsi, osservare, riconoscere.

Accanto a questo nucleo spirituale, il catalogo racconta il primo museo all’aperto dedicato alla storia delle donne di Calabria. Ventitré figure che a Zambrone sono diventate scultura pubblica. Nel laboratorio ci sono lastre, prove, studi; nel catalogo sono immagini compiute; nello spazio urbano diventano presenze che ridisegnano il paesaggio. Donne che hanno scritto pagine della Calabria e che qui trovano voce e riconoscimento. La tecnica che La Gamba ha inventato, la metalxilografia, è il punto di contatto tra laboratorio e territorio. Unisce la resistenza del metallo alla precisione del legno, in un gesto lento e controllato che non cerca l’effetto, ma la durata. Non è una tecnica decorativa: è un modo per imprimersi nella memoria. Ogni lastra è un passaggio, ogni incisione una scelta. Le opere di La Gamba nascono in silenzio e poi trovano la loro naturale destinazione in piazze, chiese, strade: le rivitalizzano, le rimettono in relazione con chi le attraversa. Dal catalogo al laboratorio, dai gesti alla materia, il suo lavoro mostra che l’arte può ancora essere un ponte tra memoria e presente. Ovunque, il suo segno restituisce ai luoghi la voce che il tempo aveva coperto e a chi passa la possibilità di ascoltarla.