







di GIOVANNA BERGANTIN
Sui libri e persino nei musei trovi i mostaccioli degli artigiani di Soriano. Un borgo che si riconosce subito dalle mura del convento, quelle che testimoniano la presenza dei Domenicani e custodiscono ancora oggi un pezzo di storia che non si è mai del tutto sopita. Tra le bancarelle dei mercati e quelle delle fiere delle feste patronali, nei negozi di gastronomia e nelle boutique del gusto degli aeroporti può cominciare la caccia a questi dolci originalissimi che raccontano la Calabria meglio di un manuale: le sue genti, le sue tradizioni, il suo vissuto ancestrale. Sono dolci spesso assenti nelle maestose vetrine dedicate ai prodotti più noti dove il tipico si mescola al contemporaneo e il tradizionale di tartufi e gelati artigianali convive con babà e cannoli, com’è normale che sia. Ma sarebbe un peccato privarsi di questi gioielli dell’arte dolciaria e dei loro significati antichi, stratificati, profondi.
Si racconta che attorno al Santuario di San Domenico di Soriano, tra il profumo del miele e il luccichio delle stagnole colorate, nacquero le botteghe che modellavano i dolci votivi dedicati al Santo. I mastazzolari, custodi di un’arte antica, lavoravano la pasta di miele come fosse creta: figure foggiate a mano, ornate con cura, riposte nelle casse di legno e portate di festa in festa, dove diventavano parte viva delle piazze e delle devozioni popolari. Tipica era l’usanza dei maestri di dare ai dolci la forma del santo protettore del paese dove venivano venduti in occasione delle feste patronali: una personalizzazione che trasformava ogni figura in un segno riconoscibile, parte di un repertorio che comprendeva santi, animali, cuori e figure umane. Un mondo ricco di simboli e significati che spazia dalla devozione alla protezione, dal ringraziamento al matrimonio, e che viaggiava di paese in paese custodendo un immaginario condiviso fatto di riti, memorie e tradizioni.
«Io ho imparato da mio padre e da mastro Filippo Ceravolo. Ogni figura ha una storia e ogni storia chiede rispetto», dice il maestro Martino Monardo mentre sistema la ferruzza sul banco con quel gesto lento e sicuro che appartiene solo a chi ha passato una vita a plasmare pasta di miele tra le dita. Martino parla senza enfasi con la naturalezza di chi dà forma a ciò che per molti è un dolce, ma per lui è una scultura. È l’erede più autorevole dei mastazzolari storici: non un semplice artigiano, ma uno di quegli artisti che ha trasformato un prodotto votivo in un plastico manufatto riconosciuto anche dagli antropologi. «All’inizio c’erano pochi disegni, semplici. Mio padre faceva santi e figure sacre, io guardavo e ripetevo l’operazione», racconta. «I miei maestri mi dicevano: rifallo finché la mano non va da sola». Le prime forme degli apprendisti erano sempre le stesse: scuriceiu, panarello, esse. «Ne facevamo venti, trenta uguali. Se non erano perfette, ti facevano ricominciare da capo». È in quella disciplina che nasce la sua tecnica: la capacità di modellare senza disegno, senza stampi, affidandosi solo alla memoria tattile. «A volte non so come accade. È creatività, fantasia e devi sapere come fare senza pensarci», dice mentre mostra la lama sottile che accompagna ogni gesto. Negli anni Settanta, osservando i marmi barocchi del convento di San Domenico, Monardo ha iniziato a introdurre il colore e a sperimentare forme più complesse. Il passaggio decisivo arriva con le grandi composizioni presepiali, richieste da musei italiani e francesi. «Per farle durare di più in esposizione ho pensato di metterci una vernice colorata sopra», ricorda. I documenti attestano che una sua opera è stata esposta anche in contesti museali legati al complesso del Louvre, un riconoscimento che ha scardinato i confini del “biscotto da fiera” e ha portato la scultura dei mostaccioli in un ambito internazionale. Gli ingredienti sono pochi: miele, farina, acqua. «Noi usavamo il miele di fichi, - precisa- gli strumenti essenziali: ferruzza, sticca, rasagnu. Ma ciò che conta è la capacità di dare forma a un simbolo». Perché i mostaccioli, per i calabresi, non sono semplici dolci: sono segni di sentimento, di protezione, di devozione. Chi chiede San Rocco, chi Sant’Antonio, chi la Madonna di Tropea. Chi ordina mani, piedi, cuori, seni: parti del corpo che raccontano una grazia ricevuta o invocata, come negli antichi ex voto descritti da storici e antropologi.
E poi ci sono i piccoli pasticcini degli sponsali e la “parata”, il rito sociale che accompagnava la consegna della dote: un cuore, un pesce, una bambola, un cestino, un cavallo, un pastore e una esse che significava l’assenso della fidanzata alla richiesta di nozze. Un linguaggio simbolico che attraversa secoli e che oggi sopravvive grazie alla memoria dei maestri. Soriano è questo: un luogo dove la tradizione non è folklore, ma gesti antichi. Dove la pasta di miele diventa scultura. Dove un dolce votivo diventa racconto. Dove un maestro, ormai in pensione, continua a mostrare che la bellezza può nascere anche da ciò che si mangia, da ciò che si dona, da ciò che si tramanda. E, per chi ha voglia di assaggiarli, un consiglio del maestro: lasciatelo prima ammorbidire. Poi, de gustibus!
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