Elezioni Ungheria, Cimino: “Non vince solo Magyar. Non perde solo Orban”

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  13 aprile 2026 00:10

di FRANCO CIMINO

Che le elezioni in Ungheria non fossero un fatto puramente nazionale era presumibile, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo, in maniera sempre più drammatica, da oltre un anno, e ancor più nelle ultime settimane.

Il fatto che le elezioni in una delle più belle nazioni d’Europa e del mondo, che ha come capitale la splendida Budapest — città dalle cento culture e dalle cento storie — fossero qualcosa di molto più importante del semplice rinnovo del governo di quel Paese, lo dimostravano le contraddizioni che da tempo attraversano l’Europa unitaria e democratica, della quale l’Ungheria ha continuato formalmente a far parte, mentre il suo capo di governo quell’Europa e quell’unità democratica continuamente metteva in discussione.

Che il risultato di queste elezioni sarebbe stato spasmodicamente atteso dalle opinioni pubbliche delle due Europe — quella occidentale e quella orientale a guida russa — lo si comprendeva chiaramente dagli interessi manifestati da due tra gli uomini più potenti del mondo: l’americano Trump e il russo Putin.

Che il risultato, quale che fosse stato, avrebbe inciso profondamente non soltanto sul destino di quel Paese, già segnato da numerosi problemi e da una difficoltà economica abilmente nascosta dalla propaganda governativa, ma anche sulle politiche europee, lo documentava ampiamente la mobilitazione creatasi intorno a Orbán da parte dei principali leader della cosiddetta destra sociale e sovranista sparsi in tutto il continente. Ma a dimostrarlo ancor di più vi era la forte attenzione dell’attuale governo degli Stati Uniti che, attraverso molteplici forme — non soltanto di presenza fisica, talvolta anche fortemente ingerente durante il periodo elettorale — ha sostenuto il leader uscente, così come le evidenti simpatie di altri Paesi europei, non escluso quello italiano, almeno in larga parte.

Che il destino politico di Orbán, che in questo risultato registra l’esaurirsi della forza delle sue molte rinascite, rischi di trascinare con sé quello di altri leader europei che con lui hanno costruito rapporti troppo stretti, è un tema quasi elementare.

Infine, che la sconfitta della destra ungherese segni con evidenza la sicura discesa di Donald Trump dal trono politico su cui si era assiso, lo dirà anche il volto con cui il capo dell’amministrazione americana si presenterà: un volto nel quale le smorfie, più che la mimica, potrebbero rivelare l’ennesima narrazione costruita per accusare presunti gruppi di potere o complotti internazionali, non della sconfitta popolare del suo alleato ungherese, ma di brogli elettorali. Brogli e complotti che, implicitamente, potrebbero essere evocati per giustificare una “legittima resistenza”, richiamando, almeno in parte, quanto accadde cinque anni fa con i tragici fatti di Capitol Hill.

E qualcosa, già da ora, sembra percepirsi nell’aria, se si osserva la contraddizione — almeno apparente — tra la dignitosa accettazione del risultato da parte di Orbán e le accuse di brogli che provengono da molti uomini a lui vicini.

Detto questo, c’è da aggiungere che il risultato era in larga parte prevedibile, anche senza il supporto di studiosi di flussi elettorali o di sondaggisti specializzati. Che avrebbe vinto il giovane, coraggioso e dinamico antagonista, Peter Magyar, politico dalla parola vibrante e dalle idee fortemente europee, lo lasciavano intuire almeno due elementi non trascurabili: la presenza del vicepresidente degli Stati Uniti Vance, giunto nella fase finale della campagna elettorale (mentre quella dell’italiano Salvini non ha avuto un peso significativo, se non per l’interesse personale del leader della Lega), e soprattutto la piazza di Budapest, inizialmente poco affollata ma divenuta, negli ultimi giorni, straordinariamente partecipata.

Uomini e donne di tutte le età, classi sociali, culture e religioni. Non solo i giovani, che quando si muovono con passione civile — prima ancora che questa si trasformi in piena coscienza politica — diventano una forza difficilmente contenibile.

La partita, allora, appare chiusa: i conservatori perdono, i reazionari vengono respinti, i rinnovatori vincono. E la bellezza ritorna, insieme alla democrazia. E la speranza, prima timida, si fa convinzione. Scelta. Suono di battaglia. Popolo che vince. Libertà che trionfa. Anche come luce che rischiara la strada, pur stretta, della pace.


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