E…state ad Amaroni con "La via dei briganti": crocevia tra storia, arte e leggenda

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Amaroni, la via dei Briganti
  26 agosto 2021 11:03

L’appuntamento conclusivo di E…state ad Amaroni- annualità 2019, il progetto finanziato dalla Regione Calabria, che concorre al rafforzamento dell’offerta turistica e culturale del territorio, è un chiaro ritorno alle radici, con una verità storica che si coniuga con la creatività del progetto artistico di Massimo Lagrotteria e i dialoghi teatrali di “Quarantotto”.

Nel tardo pomeriggio del 23 agosto, il Centro Storico offre agli spettatori presenti l’occasione per compiere un viaggio culturale nella memoria storica e nella propria identità di popolo calabrese, con il convegno, che potremmo definire “cultural talk”, moderato dal giornalista Ugo Floro, con protagonisti il prof. Enzo Ciconte, storico e scrittore calabrese, docente di Storia delle Mafie all’Università di Pavia, Massimo Lagrotteria, artista di origini amaronesi, autore di otto dipinti olio su tela che creano un file rouge tra il Brigantaggio e la Magna Graecia, e il modenese Federico Baracchi, regista e curatore della mostra dell’artista Lagrotteria, che ricorre alla fabula per generare questo seducente “incontro” tra briganti, brigantesse ed eroi ellenici.

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Il sindaco Luigi Ruggiero, nel saluto che introduce all’incontro divulgativo, ricorda la forte influenza del brigantaggio nella zona delle Pre Serre, di cui fa parte il territorio Amaronese, rivolgendo agli ospiti il ringraziamento dell’intera Comunità per l’interessante proposta culturale della serata.

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Il prof. Ciconte rapisce la platea sin dalle prime battute del suo intervento.  La verità storica sul brigantaggio, che lungi dall’essere un fenomeno delinquenziale tout court, richiede il superamento del pregiudizio che ancora oggi caratterizza la figura del brigante: delinquente, rozzo, assassino. Un’immagine che deve essere assolutamente riabilitata, perché ritagliata sui fatti del periodo post unitario, quando l’attività reazionaria era condotta contro i Piemontesi. Una descrizione errata o “verità parziale” secondo Ciconte, che dichiara la sua passione e il suo interesse, sin da giovane, per il cosiddetto “ribellismo” calabrese. 

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Nella sua interessante lezione, lo storico ripercorre le origini del brigantaggio nella nostra regione: “I briganti non nascono con l’Unità d’Italia; sono nati con questa terminologia durante il periodo dell’occupazione francese 1806-1816. L’episodio scatenante il fenomeno in Calabria fu l’azione di violenza dei soldati in danno delle donne di Soveria Mannelli, dov’era d’istanza una truppa di francesi.

L’azione reazionaria pre –unitaria del popolo calabrese, fortemente cattolico, è da rinvenire anche nelle razzie compiute nelle chiese, oltraggiate nella loro sacralità, spogliate dei beni e occupate dai francesi per farne luoghi di ricovero per soldati, cavalli e armi.

La grande questione alla base del “ribellismo” è la terra, le immense proprietà improduttive che i contadini volevano dissodare e coltivare per sfamare le loro famiglie; una questione sociale, la terra, per la cui risoluzione da parte dei francesi i contadini nutrivano grandi aspettative, rimaste disattese. La disfatta dei francesi per opera dei contadini sulle montagne del Pollino, ha contribuito a diffondere in tutta Europa l’immagine di un calabrese fiero, coraggioso e astuto. 

Con l’Unità d’Italia la figura del brigante muta poiché la condotta reazionaria non è più contro lo straniero (i francesi) ma contro i Piemontesi. L’immagine del Calabrese, dunque, cambia secondo la congiuntura politica.

Ciconte si sofferma anche su altri aspetti: “mafiosi e briganti abitano contrade e paesi diversi”, da inizio ‘800 e sino l’Unità d’Italia laddove si diffonde il brigantaggio non è presente la ‘ndrangheta.

Il ribellismo è tipico dell’entroterra, non delle città, non delle zone marine; la questione sociale nasce nelle zone interne, a forte vocazione rurale, ed è incontrovertibile il collegamento con il fenomeno del brigantaggio.

“Nel 1870 il Governo proclama la fine del Brigantaggio, certamente di quello militare” ma le questioni sociali sottese al fenomeno proseguono fino al 1950, anno della Riforma Agraria; guarda caso, dalle zone del brigantaggio si sviluppano i forti processi migratori e riprendono le lotte contadine. Esiste dunque una corrispondenza di luoghi tra brigantaggio, emigrazione e lotte contadine.

Chi sono I veri briganti? Quelli che hanno lottato per un pezzo di pane, un pezzo di terra e per la libertà.

Il percorso dell’incontro cambia prospettiva con Massimo Lagrotteria, autore dei dipinti, riprodotti a cura dell’amministrazione comunale nelle installazioni artistiche che si snodano nel centro storico cittadino – A’ Rughicedha e Via Indipendenza – creando una mostra permanente.   Il progetto artistico sul brigantaggio matura in un periodo in cui l’artista lavora molto sull’arte classica; l’idea è creare un legame tra il periodo della Magna Graecia in Calabria, le bellissime figure ritratte quali la testa di Basilea, il profilo dei Bronzi di Riace, l’amazzone ferita, Milone da Crotone, e i personaggi legati al periodo del brigantaggio. Intorno al progetto è stata costruita una favola, grazie alla collaborazione con il regista Federico Baracchi, curatore della mostra, che ne spiega la genesi e le fasi di realizzazione partendo dal concetto di gioco .

Il “bel gioco”, anch’esso un’arte, a metà tra il teatro e il fenomeno letterario, ha portato allo straordinario risultato artistico, in un lavoro tra storia, mitologia e favola.

Il regista richiama il concetto di falsificazione, tema da lui trattato durante un evento collaterale al Festival Filosofia che si svolge tra Modena, Carpi e Sassuolo, con “l’invenzione” di una bio pic su un artista inesistente. Il gioco ha funzionato tanto da rendere credibile agli spettatori la storia raccontata.

Il meccanismo della fabula inventata è stato mutuato per l’evento di Amaroni creando un “file rouge” tra il mondo ellenico e il Brigantaggio in Calabria; partendo dalle opere pittoriche si immagina l’artista Massimo Lagrotteria imbattersi in materiale d’archivio piuttosto curioso: i diari della latitanza di alcuni briganti realmente esistiti, custoditi in un archivio storico inesistente, in cui briganti e brigantesse si paragonavano ai miti dell’antichità.

Con questo gioco è riuscito il trait d’union tra la mitologia, quella classica che tutti conoscono, e quella meno nota, su cui ampiamente ancora oggi si dibatte, dei briganti.

Un bel gioco con la storia vera, non  sconfessata, che emerge nelle frasi che accompagnano le singole opere pittoriche.

L’evento si è concluso con un altro momento culturale di particolare impatto emotivo: “Quarantotto”, l’opera teatrale inedita scritta da Franco Corapi, interpretata dagli attori  di teatro e cinema Claudia Olivadese e Vincenzo Lazzaro della Cooperativa Edizione Straordinaria di Catanzaro, che ne hanno curata anche la regia.

Uno squarcio di luce nel buio in un’epoca che spesso la storiografia enfatica dell’Unità d’Italia nasconde e rigetta; il travaglio dei “cafoni” meridionali al tramonto dell’oppressione borbonica e all’alba di quella sabauda. In pieno brigantaggio, fenomeno con il quale gli italiani non riescono a fare i conti nonostante siano trascorsi due secoli, viene calata la storia semplice ma al contempo emblematica di Maria Oliverio e Pietro Monaco, brigantessa e brigante della Presila, educati ad ammazzare per un destino che dell’amore e della pace ha nascosto loro tutti i profumi e le fragranze, mostrandone solo l’insignificanza. “Quarantotto” è l’antonomasia della baraonda e del sommovimento, dove i colpi  di accetta con cui lei, Ciccilla per i posteri, finisce la sorella la proiettano verso una nuova vita di violenza, rivoluzione e fuga. 

Al tormento di una sopravvivenza di ingiustizie subite, Ciccilla decide di sostituire quello di una sopravvivenza di ingiustizie inflitte. In una terra, la Calabria, nella quale allora, come oggi, il ricco sta dalla parte della ragione e il povero dalla parte del torto.

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