Confermare la sentenza di primo grado. E' questa la richiesta del sostituto procuratore della Corte di appello di Catanzaro, Marisa Manzini, per i quattro imputati coinvolti nell’inchiesta della Dda di Catanzaro “Pietranera” e che il 7 dicembre 2017 ha portato la Polizia ad eseguire 7 misure cautelari nei confronti di capi e gregari della cosca Gallelli di Badolato, ritenuti responsabili di numerosi episodi estorsivi, aggravati dalle modalità mafiose, a carico di un’impresa agricola appartenente ad una nota famiglia di latifondisti, i baroni Gallelli di Badolato.
In primo grado, il 22 ottobre 2020, sono stati condannati Vincenzo Gallelli, alias Cenzo Macineju, a 11 anni di reclusione, per Antonio Gallelli, 9 anni; Francesco Larocca, 7 anni e per Giuseppe Caporale, 8 anni di reclusione. Altri 4 sono stati assolti.
I legali Vincenzo Cicino, Domenico Pietragalla e Vincenzo Maiolo Staiano hanno già discusso oggi. La prossima udienza si terrà il 3 marzo; è prevista l'arringa difensiva dell'avvocato Salvatore Staiano e la sentenza.
Secondo l’accusa il gruppo avrebbe inoltre costretto, di anno in anno, gli imprenditori a concedere a propri familiari, nipoti e pronipoti i terreni per il pascolo e l’erbaggio.
Gli inquirenti sostengono che Vincenzo Gallelli, fino al mese di luglio del 2007, avrebbe fatto parte della cosca di ‘ndrangheta riconducibile a Vincenzo Gallace e a Carmelo Novella e che negli anni successivi si sarebbe poi legato al gruppo criminale capeggiato da Vincenzo Gallace.
Tutto fotografato e immortalato nella conferenza stampa del 7 dicembre 2017, quando la Dda guidata da Nicola Gratteri presenta i dettagli dell'operazione con la quale si tentava di ricostruire "il quadro criminale del basso Jonio catanzarese sotto l’influenza della cosca di Guardavalle e quindi Badolato e si è cercato di delineare le figure centrali con vicende che negli anni sfumavano, ma che messe insieme hanno consentito di fare quadrato sulla forza di intimidazione che queste persone hanno esercitato nel territorio”.
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