
La drammatica successione di femminicidi registrata nelle ultime settimane nel nostro Paese impone una riflessione che non può più essere rinviata. Tra luglio e il 19 agosto sono emerse almeno otto vicende mortali ricondotte o in corso di valutazione come femminicidi, mentre continuano a registrarsi anche numerosi tentativi di uccisione.
«Ogni donna uccisa rappresenta una sconfitta per tutti noi e per una società che troppo spesso si dimostra capace di moltiplicare proclami, ricorrenze e dichiarazioni di principio, senza riuscire ancora a garantire una protezione realmente efficace a chi trova il coraggio di denunciare», afferma Luciana Loprete, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Catanzaro.
Particolarmente inquietanti sono quei casi nei quali la violenza arriva all’esito più estremo nonostante precedenti denunce, segnalazioni o provvedimenti adottati nei confronti dell’aggressore. Il recente caso di Tania Terrin, nel Veneziano, ha riaperto proprio il dibattito sull’efficacia delle misure di prevenzione, dopo che nei confronti dell’uomo erano già state presentate più denunce ed era intervenuto un ammonimento.
«Non possiamo continuare a dire alle donne semplicemente “denunciate” se poi, dopo la denuncia, non siamo in grado di assicurare loro che quella scelta non le esponga ancora di più al pericolo. La denuncia deve rappresentare l’inizio di un percorso di protezione concreto, tempestivo e verificabile».
Per la Presidente della Commissione Pari Opportunità è necessario interrogarsi anche sull’adeguatezza dell’attuale sistema legislativo e delle misure cautelari, rafforzando soprattutto gli strumenti da adottare nei casi caratterizzati da reiterazione delle condotte, minacce, stalking e violazioni dei divieti di avvicinamento.
«Viviamo in una società tecnologicamente avanzatissima. Siamo in grado di localizzare in tempo reale un telefono, un’automobile o un dispositivo elettronico, eppure ancora oggi una donna sottoposta a una minaccia concreta può non disporre di un sistema capace di avvisarla immediatamente quando il soggetto pericoloso viola una distanza di sicurezza. È necessario investire maggiormente su dispositivi elettronici affidabili, sistemi di geolocalizzazione e allerta immediata, collegamenti tempestivi con le Forze dell’Ordine e strumenti che consentano alla vittima di conoscere in anticipo una situazione di imminente pericolo».
Il braccialetto elettronico e il divieto di avvicinamento sono già utilizzati nell’ordinamento italiano, anche nei procedimenti legati alla violenza domestica e agli atti persecutori, ma occorre garantirne un’applicazione realmente efficace e accompagnata da interventi immediati in caso di violazione.
«Non può essere la donna a dover cambiare casa, percorso, abitudini e vita per sfuggire al proprio aggressore. È il soggetto pericoloso che deve essere realmente controllato e messo nella condizione di non poter raggiungere la vittima. Quando esistono molteplici denunce e segnali evidenti di una escalation della violenza, il sistema deve essere capace di riconoscere il rischio prima che sia troppo tardi».
La Commissione Pari Opportunità del Comune di Catanzaro ritiene quindi necessario un confronto istituzionale sempre più incisivo sul rafforzamento della normativa, delle misure cautelari, degli strumenti tecnologici e della rete territoriale di protezione.
«Non possiamo continuare a ritrovarci dopo ogni tragedia a pronunciare le stesse parole: “non deve accadere mai più”. Quelle parole devono diventare azioni. Perché ogni volta che una donna viene uccisa da chi diceva di amarla, non perdiamo soltanto una vita: perde credibilità l’intero sistema di protezione e perde la società nel suo complesso.
Le donne devono poter denunciare sapendo che lo Stato sarà accanto a loro non soltanto nel momento in cui raccollie la denuncia, ma soprattutto dal minuto successivo. La vera battaglia contro il femminicidio non si misura nel numero delle commemorazioni, ma nel numero delle vite che saremo capaci di salvare».
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