
“San Francesco viene ricordato dopo 800 anni perché, in una Chiesa che andava riformata, il tempio che ha edificato, il santuario che ha riparato è stato innanzitutto quello della sua vita: si è lasciato riparare lui, ha fatto entrare il Dio di Gesù Cristo dentro la sua esistenza e, avendo fortificato la sua vita, ancora oggi il suo ruolo profetico ci dice che se vogliamo riparare la città degli uomini dobbiamo fortificare il santuario della nostra umanità”. Questo uno dei passaggi dell’omelia che il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha pronunciato ieri sera durante la Santa Messa, da lui presieduta, nel santuario di Sant’Antonio, in occasione della festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia.
Il Vescovo ha poi parlato della “grande testimonianza che ci dà il poverello d'Assisi. Anche lui – ha detto -, nella sua vita si lascia convertire da chi nessuno avrebbe mai voluto abbracciare: il lebbroso. Nella Bibbia, la lebbra non era soltanto una malattia personale, individuale, era anche una malattia sociale, perché chi era lebbroso doveva suonare le campane per avvisare del suo arrivo. C'era, cioè, l'impossibilità di vivere relazioni. Quindi, la lebbra era davvero l'emblema della malattia non invalidante, di più! Eppure, Francesco si lascia interrogare da quell'essere umano di per sé non solo insignificante, ma addirittura che faceva ribrezzo. Dio nella vita di questo ragazzo di buona famiglia arriva in una modalità che nessuno può immaginarsi. Perché lo stile di Dio, è quello di entrare dentro le pieghe riposte della nostra umanità che, se si aprono al mistero, fanno grandi cose”.
Monsignor Parisi, quindi, fatto riferimento ad un testo nella Bibbia che, tratto dal libro del Siracide potrebbe essere applicato anche a San Francesco, dove, ad un certo punto, si fa la lode di un personaggio che aveva riparato il tempio e aveva consolidato il santuario, scavando un pozzo per l'acqua grande come il mare perché doveva impedire l’assedio e la caduta del popolo, fortificando la città.
“Che cosa vuol dire fortificare la città – ha chiesto al riguardo il Vescovo - ? Certamente noi guardiamo agli aspetti materiali perchè abbiamo bisogno di strutture, di strade, di collegamenti, di scuole. Soprattutto, però, abbiamo bisogno di relazioni. Ed è quello che San Francesco ha voluto testimoniare con la sua vita diventando, per questo, profeta. Ed in questo senso viene celebrato come patrono dell'Italia per dire che compito di tutti noi, proprio come per impedire la caduta del popolo, fortificando l'attività per affrontare l'assedio, è quello di costruire delle relazioni. Non una città con tutte le strutture ma senza vita, senza uomo, senza persone che si riconoscono, che si danno da fare, che cercano di costruire e, da soli, essere protagonisti del loro futuro. Noi abbiamo la caratteristica che quando ci mettiamo a piangere piangiamo bene e quando piangiamo assolviamo noi stessi perché la colpa è sempre degli altri. Funziona così. A volte è vero. Ma dobbiamo essere noi i protagonisti”.
Per monsignor Parisi, oggi, “il deficit sta nella nostra umanità. Non siamo più umani. Non vediamo il cristianesimo come grande parola di redenzione, di glorificazione. Dio in Gesù Cristo sceglie di entrare dentro l’umanità per mettere dentro ognuno di noi un segno. E la vera umanità è quella segnata da questo segno divino che dice che ognuno di noi deve essere dell’altro fratello, operatore di pace, e fare di questo lo scopo della nostra vita”.
Un messaggio, quello del poverello di Assisi che vedeva proprio nel fare la volontà di Dio la sua gioia che, ancora oggi, è attuale: “Dopo 800 anni – ha concluso il Vescovo – Francesco è vivo con la sua profezia, cioè provoca ancora oggi e dobbiamo lascarci provocare. Abbiamo bisogno di vite gioiose per creare relazioni belle e città vivibili. Gli amministratori sono chiamati a fare questo, ma anche ognuno di noi”.
Al termine della santa Messa, il sindaco di Lamezia Terme, Mario Murone, presente alla funzione religiosa insieme ad alcuni assessori, ha letto la preghiera di affidamento della città a San Francesco.
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