Festival d'Autunno: "E morte non avrà dominio", con le storie che invece sopravvivono

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  25 ottobre 2026 09:09

di VITTORIO PIO

Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla attraversano l’universo poetico di Dylan Thomas in una ballad opera che intreccia canzoni, recitazione e paesaggio sonoro. Al Politeama di Catanzaro, nell’ambito del Festival d’Autunno ideato e diretto da Antonietta Santacroce, il racconto si lega alla vicenda di Renato Striglia, amico e stretto collaboratore del cantautore.

Un poema per voci, un luogo immaginario, un’umanità che prende forma attraverso sogni, desideri e contraddizioni. «E morte non avrà dominio», la prima ballad opera firmata da Vinicio Capossela, con Pierpaolo Capovilla, nasce dall’incontro fra l’opera di Dylan Thomas e la vicenda di Renato Striglia, amico e fidato contraltare di un cantautore che non si è mai adagiato sui propri allori. Non una semplice trasposizione teatrale di Under Milk Wood, ma un lavoro originale nel quale canzoni, parole e presenze sceniche concorrono a costruire una drammaturgia comune.

Il riferimento letterario è Llareggub, immaginario paese gallese popolato da figure che affiorano dalla vita quotidiana e dalla dimensione notturna dei sogni. Thomas non affida il racconto a un protagonista assoluto: sono le inquietudini, i desideri e le vicende individuali a comporre progressivamente il ritratto di una comunità. Capossela raccoglie questa pluralità e la traduce in una forma scenica in cui la musica non accompagna semplicemente la parola, ma partecipa allo sviluppo della narrazione.

L’incontro con Capovilla aggiunge al progetto un ulteriore elemento di tensione. La voce di Capossela, legata al canto e a un immaginario musicale popolato di figure irregolari, dialoga con la presenza fisica e l’intensità interpretativa del cantante e attore. Le due vocalità abitano uno stesso spazio drammaturgico, nel quale la parola recitata e quella cantata assumono funzioni differenti. Ne nasce un percorso sospeso fra teatro e concerto, dove la componente sonora contribuisce a definire atmosfere e caratteri.

A sostenere questo impianto è una squadra di musicisti e cantanti che partecipa alla costruzione di un ambiente sonoro ricco di sfumature. Alessandro «Asso» Stefana, alle chitarre e al banjo, firma anche il paesaggio sonoro; Vincenzo Vasi si muove fra theremin, batteria, voci e campionatore; Raffaele Tiseo, al violino e all’organo, cura gli arrangiamenti e la direzione musicale; Riccardo Loda è al contrabbasso. Accanto a loro, il controtenore Elvis Zini e le cantanti Leandra Bordone e Gaia Barco ampliano la dimensione corale della rappresentazione. Un lavoro d’insieme nel quale le singole presenze contribuiscono a dare consistenza al mondo evocato, senza ridurre la musica a semplice sfondo dell’azione teatrale.

La scelta di Thomas incontra una sensibilità che attraversa da tempo il lavoro di Capossela: l’attenzione per chi sfugge alle classificazioni, per le esistenze lontane dai modelli convenzionali del successo. Llareggub diventa così un luogo di libertà fragile, dove ciascuno conserva una propria voce. La coralità non è soltanto una soluzione narrativa, ma il principio attorno al quale si organizza lo spettacolo, destinato a diventare anche il prossimo capitolo discografico dell’artista, previsto per gennaio 2027.

Alla base del progetto c’è anche il lavoro rimasto incompiuto di Striglia, che aveva dedicato tempo ed energie a una traduzione italiana di Under Milk Wood. La sua intuizione non è arrivata a compimento, ma ha trovato in Capossela qualcuno disposto a raccoglierla e a trasformarla in un’altra forma. È questo legame a dare alla rappresentazione una dimensione ulteriore: il testo di Thomas e la vicenda personale di Striglia si incontrano in un’opera che interroga il rapporto fra ciò che resta e ciò che rischia di scomparire.

Striglia era una presenza capace di lasciare il segno anche nei dettagli più minuti. Il ricordo torna al 2001, al benemerito club «La Sosta», sperduto a Villa San Giovanni. Mentre seguiva Capossela in tournée, un cappello del cantautore venne nascosto per scherzo. Vinicio, momentaneamente contrariato, si mise a cercarlo, finché la piccola vicenda non si risolse. Un episodio quotidiano, lontano da qualsiasi solennità, che restituisce il clima di un rapporto in cui il lavoro condivideva lo spazio con la complicità e l’ironia. Dietro il ruolo professionale c’era un uomo capace di imprimere alle situazioni una propria energia, lasciando dietro di sé racconti e ricordi.

Nel corso della serata, il richiamo a Willy DeVille, di cui Striglia era stato road manager, e a Daniel Melingo ha allargato lo sguardo verso un mondo musicale attraversato da percorsi personali e artistici non convenzionali. Melingo, musicista argentino scomparso all’inizio dell’estate, ha sviluppato una traiettoria che dal rock lo ha condotto a una rilettura originale del tango. Nomi e vicende che restituiscono il contesto umano nel quale Striglia si era mosso, fra musica, viaggi e relazioni professionali destinate a diventare amicizie.

La conclusione ha ricondotto il racconto al principio di uno di questi legami. «All’una e trentacinque circa», il brano scelto da Capossela per chiudere la serata, ha richiamato un ascolto notturno avvenuto in Calabria: Striglia aveva sentito la canzone intorno a quell’ora e aveva poi contattato il cantautore. Da quel primo contatto era nato un rapporto destinato a diventare anche professionale. Accolta con entusiasmo da una platea fino a quel momento assorta, quasi trattenuta, la canzone ha assunto un significato che supera la propria dimensione musicale, riportando al centro l’incontro da cui tutto ha avuto origine.

La Calabria, luogo di quell’ascolto, è diventata anche lo spazio in cui la vicenda è tornata a essere raccontata. Il brano conclusivo ha ricondotto il pubblico all’inizio di un’amicizia, facendo coincidere la fine dello spettacolo con il riaffiorare di una vicenda personale, all’interno di un festival che continua, ostinatamente, a invitare Capossela. Il senso del titolo trova qui una risonanza concreta: non si tratta di negare l’assenza, ma di riconoscere che le intuizioni, gli affetti e il lavoro di una persona possono continuare a vivere attraverso chi sceglie di raccoglierli.

Il Festival d’Autunno prosegue venerdì 30 ottobre, alle 21, al Teatro Politeama di Catanzaro con «Gonzalo Plays Pino», l’omaggio a Pino Daniele del pianista cubano Gonzalo Rubalcaba. Al suo fianco una formazione che riunisce Maria Pia De Vito alla voce, Daniele Sepe al sax tenore, Aldo Vigorito al contrabbasso, Claudio Romano alla batteria, Giovanni Imparato alle percussioni e Giovanni Francesca alla chitarra. Un incontro fra jazz, ritmi afrocubani e sensibilità mediterranea che riporta al centro l’eredità musicale di Pino Daniele, proseguendo il percorso del Festival attraverso linguaggi e culture differenti.