Festival d'Autunno, Pino Daniele secondo Rubalcaba: quando la canzone incontra il jazz

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  31 ottobre 2026 09:00

di VITTORIO PIO  

Al Politeama di Catanzaro il pianista cubano affronta il repertorio del cantautore napoletano attraverso una rilettura jazzistica che ne mette in luce la ricchezza armonica e la vocazione universale.

La musica di Pino Daniele possiede una vocazione universale, fondata sulla capacità di assorbire tradizioni differenti senza perdere la propria identità. È probabilmente questo l'aspetto che ha attratto Gonzalo Rubalcaba, pianista cubano di straordinaria formazione e sensibilità, nel progetto "Gonzalo Plays Pino", presentato al Teatro Politeama di Catanzaro nell'ambito del Festival d'Autunno, diretto artisticamente da Antonietta Santacroce.

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Non si tratta di trasferire semplicemente le canzoni in un contesto jazzistico. Il lavoro di Rubalcaba interviene sulle strutture, ne esplora le possibilità armoniche e ritmiche, lasciando che le melodie conservino la loro riconoscibilità. Un'operazione che trova nella formazione originale del progetto inciso per Itinera con la supervisione di Onofrio Piccolo: c'è il mai troppo lodato sassofonista Daniele Sepe, Aldo Vigorito al contrabbasso, Claudio Romano alla batteria, Giovanni Imparato alle percussioni, Giovanni Francesca alla chitarra e Maria Pia De Vito alla voce, un interlocutore particolarmente efficace.

Fin dalle prime battute emerge il ruolo di Sepe, incisivo e ricco di sfumature, capace di alternare una sonorità materica a un fraseggio attraversato dallo swing. "Chi tene 'o mare" mette in evidenza la solidità di una scrittura melodica che resiste a qualsiasi trasformazione, mentre "Toledo" consente a Rubalcaba di entrare più profondamente nella dimensione strumentale delle composizioni. Qui il pianista si muove con particolare naturalezza, ampliando il materiale tematico attraverso una continua ricerca armonica. In "Lazzari Felici", affidata al confronto con Sepe, il clima cambia ancora: il brano assume il carattere di una ballad, con un'intesa cameristica che privilegia ascolto e misura.

Maria Pia De Vito porta nel progetto una cifra vocale originale e inconfondibile. In "Gesù Gesù" e "Maggio se ne va" la sua voce si muove con libertà dentro le architetture ritmiche e melodiche delle composizioni, restituendone sfumature e intensità. Particolarmente significativo il momento di "Quando", costruito sul dialogo con Rubalcaba. Voce e pianoforte procedono in un'intesa sottile, fatta di aperture, pause e reciproci rilanci, con il pianista attento a valorizzare ogni passaggio senza sovrastarlo. Un'esecuzione di particolare intensità, accolta da una calorosa risposta della platea.

Tornato il sestetto, "Sicily" restituisce centralità alla componente strumentale. Giovanni Francesca si ritaglia uno spazio solistico alla chitarra, mentre Rubalcaba mette in mostra una tecnica prodigiosa, sostenuta da un fraseggio che non perde mai il contatto con la dimensione emotiva della musica. A garantire solidità all'impianto ritmico contribuiscono Aldo Vigorito e Claudio Romano, con un lavoro affidabile e puntuale, capace di sostenere e assecondare le aperture solistiche senza appesantire il discorso. È una delle qualità più interessanti dell'approccio di Rubalcaba: il virtuosismo non diventa un esercizio solipsistico, ma uno strumento per approfondire il materiale musicale, lasciando affiorare le radici afro-cubane e la familiarità con linguaggi differenti.

In "Tutta n'ata storia" il concerto ritrova una dimensione più collettiva. La platea accompagna il ritmo, partecipa e riconosce immediatamente il carattere del brano. La risposta del pubblico conferma quanto queste canzoni sappiano ancora coinvolgere, anche al di fuori del loro contesto originario.

Nei bis, "Napule è" viene affrontata da un trio composto da pianoforte, contrabbasso e batteria. La scelta di ridurre l'organico lascia in primo piano la linea melodica, affidando alla sensibilità di Rubalcaba il compito di misurarsi con una delle composizioni più rappresentative del repertorio del cantautore.

La serata si chiude con Rubalcaba da solo al pianoforte. La scelta di "Besame Mucho" sposta l'attenzione sulla qualità del tocco e sulla capacità del pianista di affidare alla melodia il congedo dal pubblico. Dopo il lavoro collettivo del sestetto, una conclusione raccolta che restituisce un'ultima immagine della sua personalità artistica.

Presentando il progetto, il pianista aveva sottolineato anche la capacità delle canzoni di Daniele di raggiungere le generazioni più giovani. Il concerto di Catanzaro offre una conferma concreta di questa vitalità.

Il progetto di Rubalcaba trova il suo merito più evidente nel non accontentarsi della rilettura celebrativa. La libertà con cui il pianista affronta queste composizioni ne mette alla prova la tenuta musicale, rivelandone la profondità armonica e la solidità strutturale. Non tutte le trasformazioni hanno la stessa forza, ma è proprio nel confronto, anche rischioso, con una materia musicale così riconoscibile che l'operazione acquista interesse. Un omaggio che evita la nostalgia e restituisce a Pino Daniele il riconoscimento di un autore di statura ben più ampia dei confini della canzone italiana.

Il Festival d'Autunno guarda intanto al prossimo appuntamento, in programma il 7 novembre, che avrà per protagonista una leggenda del jazz: Dee Dee Bridgewater. Una presenza di assoluto prestigio, attesa sul palcoscenico per un nuovo incontro con una delle grandi voci della musica afroamericana.

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