Franco Cimino: "Aldo Moro in questo sedici marzo che pesa quasi quanto il suo primo"

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Franco Cimino
  16 marzo 2022 14:53

di FRANCO CIMINO

"No, non è stata una guerra quella che le Brigate rosse hanno mosso contro lo Stato. Chi l’ha detto allora, e quanti l’hanno sostenuto per lungo tempo, ha sbagliato. Quello che è accaduto tra la metà e la fine degli anni settanta del secolo scorso, è stato solo uno stupido attacco armato contro la Democrazia, nell’altrettanto stupido convincimento che sarebbe bastato darle una spallata per farla cadere “marcia com’era per la corruzione di un potere consunto al servizio di un capitalismo internazionale sconfitto lungamente dalla storia”. E l’uccisione di Aldo Moro non è stata la giusta esecuzione decisa dopo un fantomatico processo dal “tribunale del popolo”, bensì la più grande vigliaccata compiuta da uomini e donne armati contro un uomo solo e indifeso. In più stanco e avvilito, umiliato e offeso dalla drammatica prigionia in cui è stato costretto, per ben cinquantacinque giorni, all’interno di una celletta di un metro per due, priva di servizi igienici e dell’acqua corrente.

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Stupide e stupide le Brigate Rosse che hanno pure, secondo la loro logica demoniaca, sbagliato ostaggio prelevando, dopo un terribile stragistico attacco a fuoco in via Fani, un uomo la cui mitezza e bontà, storia personale e cultura, non avrebbero mai potuto favorire una buona e “proselitica” azione presso il cosiddetto proletariato e sottoproletariato largamente presente nella società italiana. Fu lo stesso illustre prigioniero, nei lunghi “interrogatori” cui è stato sottoposto per tutti quei giorni, a tentare di convincere, quasi riuscendovi, che mentre il fatto già avvenuto( rapimento, uccisione scorta, minaccia e ricatto allo Stato, diffusione del terrore nei politici e tra la gente) avrebbe comportato di certo la caduta di quel sistema politico, delle sue classi dirigenti e del potere trasversale dei governanti, la sua uccisione avrebbe segnato la fine della Brigate Rosse, il fallimento di tutta la loro azione e anche, paradossalmente, della speranza di suscitare simpatie e adesione presso quel “popolo degli sfruttati” che loro hanno preso a simbolo della rivoluzione. Aldo Moro, che in politica e negli sguardi sulla società e sulla storia guardava più lontano di tutti, ci aveva visto bene ancora una volta.

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“Se mi lascerete morire- l’ultima accusa con anatema “lanciata” con una lettera alla direzione della Democrazia Cristiana e in particolare a Benigno Zaccagnini- il mio sangue cadrà su di voi e…”Questa frase in quella lettera fu una profezia. L’annuncio di condanna. L’incipit di una dura sentenza della storia. Tutto ciò che Moro aveva previsto e nelle sue vene sentito, passati pochi anni, si avverò con una puntualità incredibile. La fine dei partiti e del sistema che li ha sorretti, iniziò quel nove maggio del millenovecentosettantotto. Tangentopoli e la furia giudiziaria di mani pulite”infartuò” mortalmente un sistema preagonico già da tempo. La morte della BR, con fallimento di tutto il loro agire e pensare pur folle, avvenne molto prima. Precisamente in quella notte della Barbara uccisione di quell’uomo saggio, mite e buono, come ebbe a definirlo nella sua ultima omelia pubblica Paolo VI. Ritorniamo a quel millenovecentosettantotto: di quel sedici marzo della famosa “ geometrica potenza di fuoco”, della sua dinamica “ militare”, sappiamo tutto e sappiamo poco. Così, come, dopo cinque processi, decine e decine di sentenze e altrettante condanne, la maggior parte all’ergastolo, sappiamo tutto e sappiamo poco.

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Del nove maggio successivo, quello che all’alba consegnò, nella famosa Renault rossa parcheggiata in via Caetani, il corpo esanime di Aldo Moro, sappiamo tutto e sappiamo poco. Sappiamo pure tutto delle Brigate Rosse, della sua organizzazione ben strutturata anche a livello gerarchico. Conosciamo i veri capi e quanti hanno svolto le funzioni di “ ufficiali” e quanti di soldati, di informatori e attività similari. Conosciamo anche qui tutto, ma conosciamo poco. Delle trame esterne, delle infiltrazioni, delle connivenze, così come degli apparati deviati dello Stato e di quella politica che rappresentava una loro ramificazione, sappiamo tutto. E sappiamo poco. Di dove fosse custodito il presidente della Democrazia Cristiana in pieno centro di Roma, di come un commando potesse attraversarlo in una mattina di sole primaverile senza che alcuno potesse vedere, di come per cinquantacinque giorni nessuna forza di polizia e nessun esercito dei tanti servizi segreti in campo, insieme ad alte forze non riferibili perché illegali, non riuscisse a trovarne il luogo della prigionia di Moro, di come, e in quale momento fu miseramente eseguita la condanna e, soprattutto, se fosse vero che nei pochi minuti che la precedettero in quel breve trasferimento nella Renault gli fosse detto che lo stessero liberando, sappiamo tutto. E sappiamo poco. Di quali forze internazionali, con annessi potentissimi servizi segreti, e per quali diverse intrecciate ragioni, si siano serviti della BR per liberarsi di un politico autonomo, intelligente, coraggioso, profondamente innovatore della politica esteri dell’Italia, dell’Europa e dell’Italia in Europa, sappiamo tutto. E sappiamo assai poco.

Del suo vivere in privatezza quei cinquantacinque drammatici giorni ( paure, emozioni, parole, preghiera, pensieri intimi), dell’uomo fragile, insomma, sappiamo tutto. E sappiamo nulla. Insomma, il caso Moro resta ancora avvolto nella nebbia del più resistente mistero. Chissà quando se ne verrà a capo, nonostante la maggior parte dei responsabili, fisicamente intesi, siano passati all’inferno da un bel po’! Probabilmente la responsabilità tarda a confessare la colpa di non essere stata onesta perché, ben più sopra alle persone, in quella trama ci sono Stati e superpotenze consolidate. E, come si sa, le perone passano, le ideologie e le loro strutture statuali restano. Ma chi ama Aldo Moro, il politico illuminato, il filosofo della libertà, chi crede nella democrazia e per essa si innamora della politica, non può aspettare che sia la storia con le sue soggettive ricerche e le sue contrapposte simpatie, a svelare, documentalmente, ciò che alla ragione si mostra già chiaro. Occorre che tutti i sinceri democratici continuino a battersi per questo necessario “ disvelamento”, assumendo come principio inalienabile il convincimento che, fino a quando-dalle stragi di fine anni sessanta e tutto il settanta-non saranno, oltre le sentenze già pronunciate e attuate, scoperti i veri artefici e i veri ispiratori delle trame eversive, uso del terrorismo in esse, l’Italia non sarà protagonista di una sua reale trasformazione in senso più democratico.

E neppure di un autentico cambio di passo dell’Europa, che ancora tarda a farsi moderno Stato di una moderna Unione di paesi liberi e autonomi. A proposito di questo, dinanzi alle crescenti difficoltà dell’Italia e dell’Unione Europea a muoversi nel mondo dei grandi conflitti, gravemente destabilizzanti i difficili equilibri, non solo politici, su cui lo stesso si regge, mi domando quanto pesi l’assenza non solo di uno statista della sua altezza, quanto del suo grande pensiero e della sua intensa lezione intorno ai più difficili temi riguardanti le autonomie dei territori, l’indipendenza dei paesi, le pretese egemoniche dei paesi forti su di essi. E i temi del rapporto tra la libertà e le libertà, tra energia ed ecologie, tra ricchezza dei pochissimi e povertà dei moltissimi, tra nuovo sviluppo economico e democrazia. E, per non finire, quelli tra vita umana e tecnica, scienza e sentimenti, coscienza e ideologia, Pace e pacifismo, guerra giusta e guerre ingiuste, diritto alla difesa con ogni mezzo e arrendevolezza agli oppressori. Diritto alla vita e tutela della sua dignità sul finire della stessa. Io non amo fare citazioni, ma due sue eleganti poetiche e pensose riflessioni, le voglio richiamare qui. In una mirabile sintesi esse racchiudono un altissimo pensiero intorno a quella che dovrebbe essere la vocazione della politica nella ricerca del suo fine ultimo, la Giustizia, la Verità, la Pace. La prima: “Nessuna persona ai margini, nessuna persona esclusa dalla vitalità e dal valore della vita sociale. Nessuna zona d'ombra, niente che sia morto, niente che sia fuori dalla linfa vitale della società". La seconda: “Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo.”

Due semplici frasi, queste di Moro, distanti tra loro nello spazio e nel tempo. Trenta parole per dire tutto. In esso due verità irrinunciabili, l’Europa è tutto ciò che si trova nell’intero vecchio Continente. Il suo mare è il Mediterraneo e come ogni mare ti porta lo sguardo al di là di esso per raccogliere e proteggere tutta la ricchezza culturale umana che vi è dall’altra parte. Altre persone, altri paesi, altre culture e religioni. Altre e diverse storie di popoli e di territori. L’altra verità deriva dalla concezione, anche questa irrinunciabile, della persona. Ogni persona, è un mondo a sé, un unico che va visto nella sua integralità. Integralità, che oltre la stessa filosofia maritainiana, per Moro significa pienezza della sua considerazione e intangibilità di ogni sua parte. Persona, però, che acquista maggiore valore quando si unisce alle altre persone e, insieme, formano quella umanità in cammino verso il Progresso, al culmine del quale vi è la Pace. Essa non è un luogo immaginario del sentimento, ma la prima aspirazione umana e il primo progetto della Politica. Tuttavia, affinché unione delle persone e cammino verso la medesima direzione operino unitariamente, e contemporaneamente, è necessario che” nessuno resti ai margini della vita sociale” . In breve, tutti devono essere utili agli altri attraverso la valorizzazione di sé, delle proprie risorse e il riconoscimento “ sociale”di quel valore inalienabile.

Un valore talmente grande che mentre si fa dovere “ sociale”, atto politico, diventa diritto incancellabile. Se questo vale per la persona e le società, a maggior ragione vale per gli Stati. La Pace, come mezzo anche per essere raggiunta quale fine, si ottiene in un primo momento con il riconoscimento, la valorizzazione, la partecipazione di ciascun popolo, di ogni Stato, alla vita delle comunità via via concepite più estese, fino a quella globale dell’intero pianeta. Tutti i popoli e le nazioni siano considerati uguali alla stessa stregua delle persone. Tutti con gli stessi diritti. Alla giustizia, all’eguaglianza, alle libertà e alla democrazia. All’autodeterminazioni delle proprie scelte quando queste rispondessero ai principi di libertà di altri popoli. Per Aldo Moro, pensatore e politico tutto dentro le più alte filosofie inneggianti a questi principi e, di più, dentro la sensibilità della cultura “ cristiana”, la via della Pace vera passa da questi sentieri apparentemente stretti. Non ci potrà mai essere la Pace senza averli percorsi tutti. Se dicessi, così tra rabbia e intelligenza, che la sua uccisione è stata determinata da questo suo pensiero al quale coerentemente ha affidato tutte le sue fatiche politiche, soprattutto in politica estera, direi una stupidata o una delle verità nascoste? E se dicessi, con ancora più rabbia non bisognevole di alcuna intelligenza, che se ci fosse stato Aldo Moro questa stupida ancor più stupida e inutile guerra nel mezzo dell’Europa non sarebbe neppure iniziata? E che il popolo ucraino, come gli altri popoli già nel Medio Oriente, non avrebbe subito questa violenza assurda e disumana ma avrebbe vissuto nella sua piena dignità, quale artefice del suo destino e, insieme con altri, di quello dell’Europa intera, la nuova che abbiamo sognato? Se dicessi questo sarei un folle o un sognatore, fastidioso masticatore di inutili parole? Rispondo pure alla più facile e risibile delle obiezioni: Moro non potrebbe esserci essendo nato nel 1915. Moro, nella sua pur bella persona fisica, di certo no. Ma il lavoro che avrebbe continuato a fare per i tantissimi altri anni dopo i sessantatré che lo videro morire, gli eredi che in Italia e nel Continente sarebbero potuti nascere dalla sua scuola, la cultura del suo pensiero politico che avremmo potuto conservare e valorizzare, i suoi insegnamenti da alta dottrina politica, il suo metodo di lavoro nella diplomazia internazionale, che avremmo potuto “ imparare”, i risultati da lui conseguiti lunga quella strategia del confronto e dell’incontro tra popoli, tutto questo avremmo potuto usarlo almeno come vademecum per la Pace. E come tecnica nel lavoro che l’Italia avrebbe potuto fare, in questi anni e in queste settimane, e che, per insufficienza di valori e di visione, non ha potuto fare".

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