Franco Cimino: "Giggiriva di Cagliari. Soltanto Gigi di Leggiuno"

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Franco Cimino
  25 gennaio 2024 18:13

“Gigirriva” o soltanto Riva, per i quarantamila fissi dello stadio della sua Città o per i milioni di tifosi della Nazionale, ieri é andato via per sempre. In quel non “esserci più tra noi” , come usa dire, c’è il suo intimo volere. “ Andarsene da questo mondo che gli ha dato grandi vittorie, tanti riconoscimenti, tanti amori, ma non ciò che egli voleva intimamente. Tutto ciò che ha sempre cercato e mai pienamente trovato.

Neppure nella sua Sardegna, la terra di “ pastori e pescatori” che lui, con le sue irraggiungibili gesta sportive, ha redento dal “peccato originale”, che antropologicamente le era stato imposto dalla società dei consumi. Dalla società del consumo. Che tutto consuma, fuorché il denaro che si moltiplica nelle mani di pochi e si muove cattivo nelle povertà. Anche dello spirito. In Sardegna, dov’era arrivato ventenne dal più lontano ed emblematico Nord, allora autentico nemico di tutti i Sud, Gigirriva aveva deciso di restare per scelta mai veramente compresa.

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Scelta non per amore, che pure ebbe al primo sguardo. Non per denaro, che respinse sempre quando gli venne anche da lì stesso, oltre che dalle squadre del Nord, offerto in enormi quantità. Non per simpatia culturale verso quel mondo del lavoro umile della terra e del mare. E neppure per quella immediata passione per la terra e per il mare. Terra da arare e concimare. E mare da nuotare e navigare. Come lui fece. Per tutti i suoi anni in quel luogo magico, aspro e dolce, che aveva dentro tutto il bello e tutto il brutto. Tutto il bene e tutto il male, in quella dialettica che solo la poesia di De Andrè e la sua riuscivano a comprendere e poeticamente a trasformare nell’unica sostanza del suo essere.

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E cioè il Bene, il Bello. Che solo i poeti veri sanno trovare nelle certezze del loro cuore e della loro mente, purissimi. Dove trovano solo la Bellezza e la Bontà, in quanto il loro contrario non esiste, se non quando la cosiddetta civiltà li abbia rimossi o distrutti. Ovvero, li abbia trasformati in atti criminali, mentre invero erano gli unici atti di ribellioni consentiti. Accettati. Anche da quella società che li avrebbe potuti controllare e, ove necessario, sanzionare attraverso l’applicazione delle norme. Gigirriva, il grandissimo, il leone “ ruggente” , il guerriero imbattibile, il campione danzante tra eroismo e santità, il sognatore segreto come i sogni sognati, aveva scelto la Sardegna perché a quella terra lui somigliava. Amava di essa la terra e il mare, perché lui era quella terra e quel mare. E quel vento e quel sole, che si muovevano ininterrottamente tutti i giorni, li aveva stampati su quel viso particolare, di pescatore e di pastore. In quel sorriso stretto nelle sue labbra sottili, c’era il dolore inarrendevole e la speranza sospesa, come la gioia.

La sua. Come il domani. Il suo e quello del mondo. Negli occhi, bastava soltanto sfiorarglieli, c’era sempre la Luna. Tutti gli innamorati hanno la luna nel loro sguardo. E lui era un innamorato costante. E dell’Amore. Non bastevole. Di quello che fa soffrire chiunque lo possegga. Perché più ne dà e meno ne riceve. Più ne diffonde e meno ne avverte il benessere per gli altri. Da lì, quel contrasto, faticoso e rischioso, tra il sé del suo sentire il mondo e il mondo che si muove all’incontrario rispetto all’Amore. Gigirriva non era solo il campione in quel “ rombo di tuono” che squarciava i cieli di ogni impresa calcistica e di ogni limite sportivo. No, lui era soltanto Gigi, il sempiterno ragazzo che non voleva, poi non sapendo, liberarsi di questo suo sentire profondo.

L’Amore che riceveva, non gli bastava per sconfiggere quel dolore dell’esistenza che gli “ rombava” dentro e che a volte gli scalciava il petto come quei tiri suoi che sfondavano la rete. Era amore autentico quello che riceveva. Vero, ma un amore in qualche modo “ disturbato” dalla grande ammirazione verso il personaggio che gli era stato assegnato. Anche dalla storia, spesso intrecciata al caso. Talvolta, modificata nel suo corso da ciò che ancora chiamiamo fortuna o sfortuna. Quel personaggio di successo che Gigi respingeva. E non gli piaceva. Ché lui, pastore e pescatore, non era per i podi e per gli altari. Era per la vita scavata con le mani, come il contadino fa con la terra.

E come il pescatore fa quando tira la rete dall’acqua. Quell’amore non gli bastava, perché era il sentimento per lui e non gli altri. Non per quelli che soffrivano per mancanza d’amore. I bambini poveri, che quel Gigi di Leggiuno(orfano di padre a nove e non molto tempo dopo della madre, imprigionato nei collegi più duri dell’alta Lombardia), tutti rappresentava. Anche in quel bisogno di affettività e sicurezza, che, mentendo e mentendosi, tentò di coprire con quella corazza di cui aveva la vulnerabile invulnerabilità. Gigi era l’eroe tenero, il combattente con la spada in una mano e nell’altra il cuore. Gigi era l’amico fragile di quella lunga poesia musicata, che Fabrizio sembrava avesse scritto per lui. Sulla sua sofferenza, ondeggiante tra intelligenza spiccata e sensibilità profonda.

Gigi ha fatto fatica a unire le parti di sé che la vita gli ha frantumato. Molta fatica a unire il passato al presente, per farne ciò che non gli è mai riuscito, la risorsa per il futuro. Ciononostante, Gigi ha dato tutto a Gigirriva. Anche se avrebbe voluto essere soltanto Gigi. Il pescatore, il pastore. Quel bambino che non fu. Si è stancato, Gigi. Il suo cuore oceanico, di più. Non era malato di cuore, e quell’intervento necessario non l’avrebbe più guarito. Se l’ha rifiutato, non è stato per paura. Gigi era malato al cuore. Di stanchezza infinita. Di sentire profondo la vita. Del mondo. E di quel bambino di Leggiuno, che non l’ha mai abbandonato. Che lui non ha mai abbandonato. Giggiriva resterà nella storia per sempre. Gigi è andato finalmente a riposare.

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