Franco Cimino: "Il fuoco alla Guglielmo e la risposta delle istituzioni"

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Franco Cimino
  28 luglio 2022 23:15

di FRANCO CIMINO

Non è la prima volta che la Guglielmo viene colpita e, purtroppo, non sarà l’ultima, se non cambieranno le cose in questa nostra terra. La Guglielmo oltre alla intelligenza imprenditoriale, ha ancora il cuore del suo fondatore. Il suo coraggio, la sua testardaggine, la sua rigorosa concezione del lavoro e dell’etica del lavoro. Che è sacro per la sua assoluta intangibilità, attraverso la conservazione nelle mani di chi lo produce, della giusta paga e del giusto guadagno, nel più sano rapporto tra chi lavoro svolge e chi il lavoro crea. Questo era il commendatore Guglielmo Papaleo. E questo egli professava per aver fatto tutti i passaggi della fatica costruttiva e costruttiva del sé ingegnoso, da garzone di bottega a padrone della “ ditta”, da instancabile operaio e poi commerciante a capitano d’industria. Non cedere ai ricatti delle diverse mafie era, per lui, il modo migliore per difendere quell’idea del lavoro e tutto ciò che da essa ne è venuto fuori. La fabbrica. E quella del caffè. Il prodotto della sua industria e il suo caffè. I suoi operai e i suoi dirigenti, l’anima più che le braccia, della sua creatura. Prendere una piccola parte di tutto questo, che è il Lavoro con la maiuscola, per darle alle mafie in cambio di tranquillità, equivaleva non solo a essere complice di un crimine, pur se vittime delle stesso, ma a rubare da se stessi quanto era di tutti. E, cioè, il giusto guadagno per l’onesta fatica. La Guglielmo del giovane Matteo e dei suoi familiari, anche quelli che hanno lavorato con lui lungamente prima di passare ad altri compiti, e tutti i lavoranti nelle diverse responsabilità, sono i fedeli interpreti di quel pensiero imprenditoriale e i più appassionati continuatori di una grande storia. L’ho detto già una volta, i delinquenti che attentano a quella azienda perdono solo tempo. La Guglielmo non cambierà la sua condotta. Ad onore di un impegno e a salvaguardia di tutto il mondo imprenditoriale calabrese, che dovrà difendersi con la resistenza alle mafie e alle altre forze del male. Per questi motivi, la lunga catena di solidarietà formali, e la risma dei “ciclostilati”di brevi commenti delle diverse autorità e rappresentanze politiche e sociali, sanno di tappo di vino male imbottigliato. Occorre una forte reazione e un conseguente impegno delle istituzioni nei confronti non solo degli atti di intimidazione verso il mondo del lavoro e di quella politica sana che si batte in prima persone, con giudici e uomini purtroppo solitari, ma di tutte quelle brutte culture che si impossessano anche del potere democratico per farne cosa diversa, la migliore alleata del male. Il Comune di Catanzaro deve essere in prima fila in questa battaglia per la Democrazia, ché di questo veramente si tratta. Innanzitutto, perché è il capoluogo della Calabria che vuol cambiare. E, poi, trattando della Guglielmo, vanno considerati di essa due aspetti. Il primo, ché è di Catanzaro. Il secondo, che nella nuova Città che immaginiamo, anche quella bellissima parte di territorio fa parte di noi. Ovvero, noi umilmente siamo parte di tutto quel mondo delle meraviglie che da Staletti-Squillace-Borgia si muove elegantemente fino a Taverna. Dispiace, pertanto, che tranne rapidi e generici interventi di alcuni consiglieri, il Consiglio Comunale di oggi, che ha lungamente litigato su tutto, non abbia dedicato buona parte del suo tempo alla vicenda Guglielmo e a tutte le minacce che le diverse mafie esercitano anche direttamente sul nostro territorio. Io credo anche che la migliore risposta a chi impone il proprio ordine violento causando il disordine più grave, sarebbe stata quella di eleggere, con voto quasi unanime, il presidente del Consiglio Comunale. Che, ripeto è una carica semplice e umile, che a tutti i costi si è voluta assurdamente e irresponsabilmente trasformare in uno dei più grandi “casi bellici della storia europea”.

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