Franco Cimino: "…Mannaggia alle guerre dei Governi"

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  08 ottobre 2026 16:01

di FRANCO CIMINO 

 Ho fermato, quasi inginocchiata ai piedi di un’immobile pompa di benzina, la mia auto nuova fiammante.Sì, proprio così: una macchina nuova, finalmente. Per tanti anni ne avevo avuta una grande, di una casa automobilistica importante e rinomata. Era stata bella. Lo era stata soprattutto quando era nuova di zecca e io non avrei potuto permettermi di comprarla. Ma era rimasta bella anche dopo, e soprattutto comoda.

Per molti anni mi è stata utile. Spaziosa, forte, resistente.Mi è stata amica più di quanto io sia stato amico di lei.L’ho maltrattata dopo averla trascurata. L’ho indebolita, l’ho fatta ammalare. Eppure ho continuato a viaggiare con lei, anche quando viaggiare era diventato un rischio per entrambi. Avevo perfino paura che un giorno un poliziotto o un carabiniere ci fermasse insieme e ci separasse definitivamente, constatando che non potevamo più continuare a stare sulla stessa strada.Ma curarla costava troppo.E così ho aspettato.Ho vissuto con lei nella precarietà, nel rischio, fino al giorno in cui ho deciso di lasciarla riposare. Ferma, per lunghi periodi, mentre aspettavo che arrivassero tempi migliori e che finalmente potessi sostituirla.Ma di risparmi, per l’auto, non se ne potevano fare. I soldi finivano prima ancora di arrivare sul conto corrente. Le tasse, le spese, la vita quotidiana li prendevano in consegna prima di me.Ho aspettato, dunque.Con speranza.E quella speranza, pochi mesi fa, è stata finalmente soddisfatta.Una macchina nuova.

Le pubblicità la promettono quasi come un regalo. Dai muri delle strade, dagli schermi televisivi, dai giornali, ti raccontano che puoi avere la macchina migliore, quella che sembra fatta apposta per te. Il potere della pubblicità è diventato enorme: ti convince che puoi avere ciò che, fino a un momento prima, pensavi di non poterti permettere. Poi ti ricordi che hai un amico che vende automobili.E ci vai.
Anche ricordandogli, magari, l’amicizia.E una bella macchina la trovi.Non quella dei sogni, naturalmente. Una media cilindrata. Ma moderna, piena di tecnologia, con tutto quello che serve. Non costa tantissimo e dovrebbe consumare poco.E poi c’è la rata.Comoda.Bassa per i primi quattro anni.Poi si vedrà.Intanto, ho preso l’auto nuova.E prometto di trattarla bene. Di non farla soffrire. Di averne cura. Del motore e della carrozzeria. Ci cammino con un piacere quasi infantile.Mi piace perfino, lo confesso, farmi vedere con la macchina nuova. Forse perché quella macchina mi libera, almeno per un momento, dall’immagine che per tanto tempo ho dato di me: quella di un uomo disordinato, distratto nelle proprie cose, incapace di prendersene cura.L’immagine, insomma, di un poveraccio.Uno che non ha neppure i soldi per fare un debito comodo e comprarsi una macchina.Ma quella mattina, a ricordarmi che la povertà non è mai soltanto un’immagine, è stato Angelo. Il mio amico Angelo.

Un uomo africano bello, che sosta vicino a casa mia cercando di racimolare qualcosa per la propria famiglia lontana. Un uomo che vive di lavoro saltuario, spesso duro e malpagato, e che riesce a mandare a casa molto meno di quanto vorrebbe.Angelo di povertà se ne intende.Mentre mi aiuta a parcheggiare la macchina, guarda la mia auto nuova e, con un sorriso di stupore sincero, mi dice:”Hai comprato macchina nuova pure tu?»Eh, sì.Finalmente mi è riuscito. Avrei voluto raccontargli della voglia che avevo di partire. Di fare un viaggio, anche breve. Di scoprire con quella macchina nuova un pezzo di strada che per tanti anni avevo soltanto immaginato.Avrei voluto.Ma il sogno è durato poco. Perché la speranza si è fermata davanti al prezzo della benzina.Più di due euro al litro. Se non è una follia questa, cos’è?È l’ennesima rapina di questo mondo impazzito.
E allora mi chiedo: chi comanda davvero l’economia del mondo?
E soprattutto: adesso, come faccio?

Dove cavolo posso andare?Forse non posso neppure allontanarmi dalla mia abitazione, per il centro di Marina. Quel luogo che è la mia nostalgia, la culla del mio mare e, dentro quella culla, di una parte intera della mia vita.Eppure non mi arrabbio.O almeno, non soltanto. Perché so di avere anch’io una responsabilità.Per il ruolo sociale che ho avuto e, in qualche modo, per quello politico che ancora sento di avere, non posso chiamarmi fuori dalla storia di questo mondoAnch’io porto una parte di responsabilità per essere arrivati fin qui. Per non aver saputo lottare abbastanza.Per non essere riuscito, pur rimanendo coerente con il mio pensiero, a costruire quella maggiore giustizia sociale nella quale ho creduto e continuo a credere.Per non aver saputo difendere fino in fondo almeno quel minimo di libertà che mi era stata promessa e che, a mia volta, avevo promesso agli altri. Ai miei ragazzi della scuola.Alle mie figlie.E allora, davanti al pericolo di una povertà che cresce e si allarga, sento di dover recuperare tutta intera la mia coscienza personale e civile.E con essa una forza che forse avevo soltanto momentaneamente dimenticato.La forza di battermi ancora contro un sistema ingiusto, che produce continuamente nuova ingiustizia.E forse anche quel rancore diffuso che sento crescere intorno a me può diventare qualcosa di diverso.Può diventare forza.Può trasformare la contestazione spontanea in protesta.Una protesta viva. Organizzata.Civile.A questo punto prendo una decisione.Con una certa tristezza, con un po’ di malinconia, ma anche con una strana e grande felicità.Farò l’abbonamento alle ferrovie locali.Catanzaro Centro-Marina.È il vecchio trenino della vecchia Calabro-Lucana, quello che quando ero giovane ci portava da Marina in città. Per le scuole superiori, tutti. Me, anche per la politica. Oggi il treno è nuovo, anche se la linea è rimasta quasi la stessa.E ci mette pochissimo.Venti minuti, nonostante le tante fermate.

Arrivi in piazza Garibaldi e, da lì, in un attimo sei sul lungomare.E poi sei praticamente sulla spiaggia.A pochi passi dal mare.Quel mare che posso accarezzare con le mani nelle lunghe estati e con gli occhi in tutte le altre stagioni.È così comodo.È così bello.È così emozionante che, per un momento, viene quasi voglia di ringraziare il governo per questo nuovo assalto alla nuova povertà.Quasi.Perché poi penso alla mia macchina nuova.È ferma. Inutilizzata.La guardo lì, davanti a quella pompa di benzina, con il suo tubo ancora attaccato al serbatoio, come un collare.E mi fa male.Mi fa più male della benzina che costa più di due euro al litro.Però, alla fine, c’è una consolazione.Una città che ti offre un treno, che ti porta al mare, che ti permette di camminare senza automobile, è una città che ti restituisce qualcosa.E allora penso: che bella, la città che ti camminare con le sue gambe.