Franco Cimino: "Marisa Provenzano nella grandezza della poesia e la nostra debole memoria"

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Franco Cimino
  28 marzo 2022 14:46

di FRANCO CIMINO

"La memoria delle cose tristi come quella della riconoscenza è sempre più labile. La memoria si è sviluppata nel cervello umano non solo o anche per differenziarlo da quello degli animali, ma per consentire all’intelligenza di apprendere ciò che deve modificare o cancellare delle sue scoperte e delle sue scelte. Il capolavoro di Dio, per i credenti, o quello della natura che si evolve, per i non credenti, è rappresentato proprio da questo piccolissimo ingranaggio del cervello che consente di conservare e rievocare tutta l’esperienza umana acquisita. Lo scopo che si impone alla nostra vita è quello di “ risentire” la gioia e il dolore e i fenomeni che li creano.

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La prima per ripeterla, ove ne avessimo le possibilità. Il secondo, per evitarlo, cercando le necessarie capacità e volontà nella stessa intelligenza umana. Se utilizzassimo bene questo strumento della mente, probabilmente il dolore e gli errori si farebbero maestra di vita. Certamente custodiremmo il dolore, quietandolo, eviteremmo di farcelo imporre potendoci da noi stessi cambiare per cambiare le condizione del nostro vivere. Se ricordassimo le cose tristi, diventeremmo migliori. Se ricordassimo chi ci ha fatto del bene, imparammo a fare il bene anche mantenendo intatta la nostra gratitudine verso chi ce ne ha donato. Oggi è un giorno che ci mette in rapporto immediato con tutto questo. Ovvero, ci potrebbe mettere se avessimo conservato memoria e gratitudine.

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Chi ricorda quel mattino del ventotto marzo del duemilaventi? Sono trascorsi appena due anni, mica duecento o addirittura venti. La sera prima andammo a letto quasi insonni per la paura di quel nemico che stava infettando del suo potere omicidiario i polmoni di migliaia di persone al giorno solo in Italia. Il bollettino delle diciassette era stato il più tragico, un centinaio di migliaia colpiti dal Covid, migliaia tra questi, i più “ fortunati”(?!), stipati negli improvvisati reparti di malattie infettive o nelle incapienti rianimazioni, ancora non tutte attrezzate per affrontare il nuovo nemico. I più sfortunati, un migliaio di morti. Il governo aveva da pochi giorni deciso la chiusura totale del Paese e la rinchiusura nelle case di tutti gli italiani. Tutti ci sentimmo protetti da questa Italia, madre e padre, fortemente unita e raccolta nel tricolore.

La bandiera che facevamo sventolare dai balconi serrati era quella dei sentimenti e della speranza, della solidarietà e della comprensione. La mattina del ventotto ci svegliammo nel silenzio totale. Come nelle precedenti ravvicinate. Nessun rumore dalle strade, né di motori né di passi. Neppure il vento si mosse per non disturbarlo. A televisori spenti, quella quiete quasi ci rassicurava. Fu verso le undici, o poco prima, che il cielo si ruppe in tuono assordante, oscurandosi oltre il tempo che lo scosse. Le agenzie, e poi a seguire il web, avevano dato notizia della improvvisa morte di Marisa Provenzano, il o la poeta per eccellenza ( anche a me non piace la parola poetessa), che io, “ ignorante”, non saprei definire con appropriare espressioni critiche.

Ma come, Marisa, l’eterna ragazza bella e spigliata, intelligente e vivace, aristocratica e popolana, donna colta con un bagaglio pesantissimo di letture, amante della parola fino al fanatismo di concepirla sempre bella anche quando fosse pronunciata, come lei faceva spesso, in dialetto stretto, la sua prima lingua tanto amata, Marisa, a professoressa, “a catanzarisa” vera, l’amica di tutti, dal parlare schietto e sincero indipendentemente dal ruolo del suo interlocutore, la persona tra le più innamorate di Catanzaro, quel vulcano di iniziative coinvolgenti, la cittadina mai rassegnata al progressivo declino della Città, la combattente coraggiosa contro l’insipienza, l’ipocrisia, la menzogna, di un potere ingannevole che si nutriva di ignoranza e di prepotenza, la resistente sulla trincia della difesa della cultura e della storia del capoluogo, Marisa  Provenzano (tutto attaccato) che per il rilancio proprio delle attività culturali e la riscoperta di una forte sensibilità civica nei catanzaresi aveva inventato tanti fatti e tante iniziative per il futuro già aveva annunciato, non c’era più? E lei che amava le luci tenue del giorno, se ne andava all’inizio di quelle dell’alba? E così, all’improvviso, senza salutarci, darci una nuova consegna, una pacca sulle spalle di incoraggiamento, un suo ultimo sorriso per rasserenarci, o una sua ultima risata fragorosa per prenderci in giro quando ci fossimo ancora sentiti giganti nel nostro nanismo? E che, si fa così? Fu questa la nostra “ arrabbiata” risposta alla notizia, quasi che la volessimo rimproverare.

Proprio lei che amava tutto della vita, anche le amarezze e le delusioni, si è fatta prendere da quel colpo lì che i medici chiamano infarto o cose del genere? Non poteva prenderlo a colpi di poesia per incantarlo e rabbonirlo, commuoverlo, quel cuore matto? A pensarci bene, una delle sue ultime poesie, era un dolce addio, ma non l’avevamo colto. Il poeta sente il dolore e ciò che lo muove, la vita e quando si spegne. Ma lo sente in forma cosmica, universale. E che lo sente anche per se stesso? Tutto questo era il sentire di chi l’ha conosciuta e apprezzata. Poi, è sopraggiunto il dolore per la scomparsa di un grande poeta, di una catanzarese immensa, di un’amica vera. Per la Città. Il resto intorno a lei, come a tutti i drammi che abbiamo vissuto, lo ha sistemato la memoria. Ovvero, ciò che la disturba. E a volte la offende, la dimenticanza. Ci siamo dimenticati tutto di quel simbolico giorno. Dimenticati della tragedia del virus, riprendendo a vivere disinvoltamente nonostante esso sia ancora presente e minaccioso. Ci siamo dimenticati degli ammalati e dei morti, dei lutti e delle sofferenze, anche fisiche, inenarrabili, delle tante incertezze esistenziali con relative paure e povertà, e abbiamo, sulla scia di questa mediocre politica, ripreso a dividerci e a combatterci. Abbiamo dimenticato pure lei, Marisa Provenzano, le sue opere e la sua opera. La sua bellezza e la sua generosità di donarcela tutta. Abbiamo dimenticato anche la gratitudine.

Quella profonda che anche la nostra Città le deve. Paradossalmente il Covid le ha impedito anche quell’uscita di scena, che io immagino lei gradisse, con funerali solenni e partecipati, in cui autorità e personalità delle cultura, le rendessero il giusto tributo. Dispiace molto, mentre un’altra rabbia si rinnova, che né dalle istituzioni, né dal mondo della cultura come della scuola e della università, ancora una volta non sia stato fatto proprio nulla per ricordarle. E dire che Marisa merita anche che il suo ricordo venga fermamente “ marmorizzato” in una delle numerose possibilità di intitolazioni a suo nome, affinché questo poeta rimanga nella memoria dei giovani e di chi verrà dopo di noi".

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