
di FRANCO CIMINO
E poi, la notizia che mai avrei voluto ricevere arriva all’improvviso. Puntuale e inattesa. Dolorosa. Il senso di un vuoto profondo ti assale. Nuccio Marullo non c’è più. È andato via all’improvviso, sebbene fosse malato da tempo.
Il suo andar via è stato come un allontanarsi progressivo. Già si era avvertito quando, a metà della precedente stagione, la poltroncina del Politeama — il teatro che lui ha contribuito a edificare e che ha poi fortemente sostenuto nel ruolo amministrativo ricoperto al Comune e successivamente come vicepresidente della Fondazione — era rimasta vuota.
È andato via in silenzio. Senza far rumore. Come in silenzio rumoroso ha vissuto. Silenzio rumoroso: il silenzio degli umili e delle persone semplici. Di quelle che, pur essendo giganti, non se la tirano. Di quelle che, con il proprio ingegno e la propria fatica, facevano grandi gli altri, lasciando loro sempre il proscenio.
Comunista da sempre, ha fatto crescere importanti personalità calabresi del partito. Lui sempre a inventare nuove idee, a scrivere programmi intelligenti e avanzati. Sempre a consigliare, a suggerire. Ma dietro le quinte. Mai a comparire.
Mai a vantarsi dei successi degli altri che aveva contribuito a costruire. Mai a firmare alcuna delle sue idee, prestate — anzi regalate — ai suoi amici. Le uniche cose che firmava erano gli articoli, che scriveva fin da giovanissimo, con un talento giornalistico naturale e raro.
E con quella sua penna straordinaria, che correva veloce quasi a sopperire alla difficoltà di una parola che talvolta gli si rompeva nella bocca, pur risultando sempre chiara. Ed è comprensibile: la parola di Nuccio, scritta o verbale, era parola sincera. Onesta. Pulita. Coraggiosa.
Sempre capace di rappresentare idee nuove, posizioni avanzate, visioni coraggiose.
Ma il suo silenzio,che nascondeva una personale timidezza, faceva rumore.
Faceva rumore quando inventava idee. Quando costruiva strategie. Quando, con la sua intelligenza di fine politico — perché egli era essenzialmente un politico, che aveva trasferito il proprio ruolo nella scrittura giornalistica per continuare a fare politica attraverso gli articoli — elaborava soluzioni coraggiose.
Un rumore che scuoteva una Calabria pigra e rassegnata. Un rumore che rompeva il cielo sonnolento e ombrato della città che ha tanto amato: Catanzaro.
Una città che egli ha servito nei diversi ruoli ricoperti, specialmente quello di capo di gabinetto, lungamente esercitato accanto a quel sindaco che aveva scelto di sostenere, facendolo vincere più volte, al di là delle capacità e del carisma personale del personaggio, per stima verso quel candidato — in parte anche da lui “inventato” — e poi per affetto.
Un’amicizia che ha conosciuto livelli rarissimi di fedeltà e generosità, come quella che Nuccio ha riservato a Sergio Abramo.
Lo prese per mano alla sua prima candidatura, a 39 anni, e lo accompagnò fino agli ultimi giorni. E sono certo che, nelle fasi più difficili del passaggio finale, prima ancora dell’amata Franca e dei figli, a stringergli la mano sia stato proprio l’ex sindaco di Catanzaro.
Ha fatto rumore anche quando, da comunista mai cambiato nelle idealità — soprattutto dopo la fine del partito comunista di Berlinguer — fece scelte apparentemente contraddittorie.
In realtà, cambiando posizione, non cambiò mai davvero idea.
Intelligente com’era, sapeva interpretare la modernità, i nuovi linguaggi e i nuovi metodi della politica. Ma la sua convinzione restava quella di una politica da rinnovare nel profondo con idee nuove, idealità forti, culture rinnovate ma autentiche. E con una classe dirigente capace di rappresentare davvero il cambiamento.
Un cambiamento che restituisse alle istituzioni ciò che la democrazia affida loro: rappresentanza, pluralismo, forza del confronto, capacità decisionale. Un equilibrio corretto tra governo e opposizione, entrambi necessari alla vitalità democratica.
Fece rumore anche sostenendo Sergio Abramo nel suo passaggio politico, persino quando questi approdò nell’area berlusconiana.
Lo sostenne perché ne conosceva il carattere: bizzarro, libero, indipendente. Un imprenditore che non avrebbe mai accettato di essere subordinato ai partiti o ai loro notabili.
Quello stesso spirito di libertà che Nuccio coltivava per sé lo rafforzava nell’amico, difendendolo anche nei suoi errori.
Fece rumore quando, con un piccolo gruppo di giovani “pasoliniani” catanzaresi, portò Pier Paolo Pasolini in città, diffondendone il pensiero quando ancora era figura controversa, persino nel mondo comunista.
Da quell’esperienza nacque un circolo culturale intitolato a Piero Gobetti: un nome che già raccontava tutto — liberalismo, comunismo, cristianesimo — e soprattutto uno spirito ribelle, idealista, rivoluzionario.
I loro nomi vanno ricordati: Marcello Furriolo, Franco Santopolo, Carlo Scalfaro, Franco Politano, Franco Pristerà, Gianni Amelio, Piero Bevilacqua e altri ancora.
Nuccio non ha mai perso quello spirito. Né quella combattività.
Non ha abbandonato la trincea. Ha custodito quelle sconfitte giovanili come semi, affidandole alla sua intelligenza e accompagnando, senza piegarsi, l’evoluzione della politica italiana.
Quando i partiti tradizionali crollarono, con le loro ideologie, lasciò il giornalismo professionale, ma non la scrittura. Continuò, con fatica, su riviste locali da lui stesso create.
Poi vennero gli anni al Comune di Catanzaro, accanto ad Abramo: vent’anni da capo di gabinetto, segnati da qualità, intelligenza e dedizione.
Eppure, di Nuccio Marullo si sapeva poco.
Figlio di una sarta gentile, donna buona e caritatevole, e di un padre musicista, direttore di banda e trombettista, da entrambi ereditò il senso dell’arte e della bellezza.
Era musicista anche lui, probabilmente autodidatta: suonava chitarra, tromba, fisarmonica. E canticchiava, a bassa voce.
Amava tutta la musica, senza distinzioni: dalla classica al jazz, dal rock alla popolare. Per lui esisteva solo la musica.
Amava la bellezza: quella della sua città, dei suoi paesaggi, del mare visibile da ogni affaccio, dei monti che si respiravano nell’aria.
Amava chi la bellezza la creava, come Mario Foglietti, che volle a Catanzaro e che sostenne come sovrintendente del Politeama, contribuendo a stagioni di grande prestigio, purtroppo “irripetute”.
Amava anche Mimmo Rotella, che contribuì a celebrare in vita e in morte, organizzandone i funerali e assicurandogli un luogo degno nella sua città.
Nuccio era una persona perbene. Gentile. Onesta. Leale. Pulita. Rispettosa.
Ma non posso chiudere questa riflessione senza un ricordo personale.
Lo ringrazio per due momenti della mia vita.
Il primo, quando, poco più che ventenne, durante un congresso giovanile della Democrazia Cristiana a Sellia Marina, tenni un intervento controcorrente. Lui lo raccontò con entusiasmo, dedicandomi spazio e parole che non ho mai dimenticato.
Il secondo: trent’anni dopo, quando immaginò la mia candidatura a sindaco di Catanzaro.
Fu una stagione straordinaria. Sfiorammo la vittoria, contro partiti fortissimi. Le nostre piazze erano piene. La città vibrava.
Nuccio fu l’ideatore di tutto questo. Insieme ad Antonio Viapiana, fu il vero protagonista di quella campagna.
Forse non vincemmo formalmente. Ma politicamente sì.
E chissà come sarebbe stata Catanzaro se quel progetto fosse andato fino in fondo.
Grazie, Nuccio.
Se ho ancora voglia di fare politica, e se amo profondamente questa città, è anche merito tuo.
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