
di FRANCO CIMINO
Io amo l'America, amo la sua idea di libertà, nella quale è insita la forza che libera la libertà nei processi di liberazione, umana e politica. Amo l'America delle nuove frontiere e quella delle antiche sue frontiere, l'America dei cercatori d’oro, quello giallo e quello nero. E quella delle nuove tre l'America delle rivoluzioni, tutte le sue. Tutte, dal suo inizio rivoluzioni a quelle degli anni '60 e dei primi anni '70, le rivoluzioni ideali che hanno aperto, soprattutto nelle nuove generazioni, altre vie. Tutte coraggiose. In particolare, ai processi di partecipazione, di affermazione del diritto e dei diritti, dell'eguaglianza e delle pari opportunità.
Amo l'America dell'accoglienza, quella che non ha un'etnia specifica americana, la terra di tutti i colori. I colori della pelle, quelli dei popoli d’origine. I colori delle terre da quello cangiante al sole dell’unica terra che ci è stata data. I colori delle diverse culture, che la Nazione ha conservato e unito nell’unitaria, non totalizzante, cultura “ americana”, senza cancellarli, ma facendone nuova energie e nuova ricchezza, insegnando al mondo che diversità é bello. Le diversità arricchiscono, danno più forza. E se posso dire del mio più radicato convincimento da cui un costante insegnamento ai miei ragazzi: che la normalità non esiste e se fosse imposta dalla cultura dominante, sarebbe essa stessa “ anormalità dalla sua stessa minorità, ché le diversità sono più diffuse, e comprendono sempre la stragrande maggioranza dell’umanità. Che é tale per l’affermazione di quel principio naturale. Da questa apertura e accoglienza amo l’America di chi l’ha raggiunta é voluto andare per costruire non soltanto il proprio destino, il proprio futuro e quello della propria famiglia, ma anche un paese più forte e più libero. Un paese, l'America, che fosse il paese di tutti.
Amo l'America che ha arricchito la mia educazione alla libertà. La Libertà con la maiuscola, che muove dall’antica Graecia fino all’antica Roma, e da lì al Risorgimento e poi alla lotta antifascista, ideali nei quali io ho costruito la mia coscienza politica. L'America, che ha rinnovato in me quei principi e quegli ideali che mi sono stati offerti dalla filosofia illuminista e dal cristianesimo in particolare, e poi, a scorrere, dalla Carta costituzionale, che rappresenta davvero ancora il vademecum o la tavola dei comandamenti per i popoli che vogliono essere liberi in uno Stato libero, autonomo e indipendente nella terra che gli appartiene. Liberi in una società che è libera nel mentre garantisce la sua forza e la sua stabilità nel rispetto delle regole democratiche.
Amo l'America che costruisce ricchezza e che la ricchezza distribuisce, e in cui la ricchezza non si eredita e i ricchi, la maggior parte dei ricci “buoni” sono persone che lavorano con genio creativo e che diventano ricchi dal nulla, attraverso la fatica e il coraggio. Amo l'America del Progresso, quello vero che abbina il lavoro alla creatività, la scienza alla cultura umanistica, la fatica allo sviluppo economico e questo alla libertà e tutti insieme, questi valori, alla Democrazia quale sistema di garanzie per tutti e nel quale il principio dei pesi e dei contrappesi consente l’elezione popolare di un presidente forte e pieno di potere e poteri, tranne quelli di esercitarli senza il controllo e la decisione fondamentale del Congresso.
Amo l'America del Congresso e quella che è rappresentata da due edifici più importanti e simbolici, la Casa Bianca e il Campidoglio, distanti solo poche centinaia di metri e nei quali si articola il processo democratico della decisione e della partecipazione. Amo l'America delle contraddizioni, anche. Contraddizioni necessarie e inevitabili in una nazione che raccoglie cinquanta Stati, tutti liberi e indipendenti e che nel suo ordinamento e nella sua dinamica politica e sociale contiene tutte le cose, i valori e i beni di cui ho detto sopra.
Amo l'America che ama l'Europa, in particolare l'Italia, che secondo una storia ancora ferma e accreditata, l'avrebbe fatta nascere per l'impresa di un italiano che l'ha scoperta. Amo l'America della NATO e dell' Alleanza Atlantica, che è ha garantito si paesi alleati e a quelli che ha salvato dalle dittature, ottant'anni di pace e di progresso. Amo l'America del sogno e dei sognatori, l'America che, pur contraddittoriamente, afferma che la felicità sia un diritto costituzionalmente da garantire. Amo l'America dei sogni e dei sognatori e quella della frase "chiunque ce la può fare".
Amo l'America del "noi prima di tutto" e dell'io individuale come componente dinamica del noi che si costruisce giorno dopo giorno nella solidarietà e nell'amicizia, prima ancora che nelle alleanze politiche.
Amo l’America che crede nel Diritto Internazionale quale legge fondamentale per garantire a tutti i popoli del mondo la giustizia e la tutela dall’arroganza e dalla violenza di chi, persona o Stato, impiegasse la propria forza per occuparlo e per rubargli ricchezze e terre, e asservire quei popoli privandoli della libertà.
Amo, infine, ma non per completare il mio sentire, l’America delle mie contraddizioni rispetto ai principi e agli ideali in cui testardamente credo. La contraddizione soprattutto di consentirle, dal mio credo, di essere una superpotenza sempre più potente e far finta, io, che questo non sia in sé stesso un fatto che altera molti dei principi enunciati.
Ma quest’America rischia di non esserci più. L’America, che sta avanzando da molti mesi a questa parte, corrompe quel mio ideale e rompe ai miei occhi l’immagine che ho avuto di lei.
Confesso che mi incute anche una certa paura. La paura che non vi sia più quel punto di riferimento ideale e quella forza tenace, ma rassicurante, che, memore della lezione ricevuta dalla storia del Vietnam, operi per la costruzione della pace vera in tutto il mondo, sostenendo quei paesi e quei popoli che sono vittime della prepotenza e della sete di dominio altrui.
La paura, che la grande nazione delle nuove frontiere e degli abbattimenti dei muri, non ci sia con la determinazione antica. E che di muri ne alzi di più insormontabili per impedire l’ingresso agli esseri umani che si vogliono liberare da altre schiavitù, dalle povertà e dalle violenze. Come dalle dittature.
La paura per l’affermarsi progressivo di uno dei più duri slogan elettorali. Quel “ first America”, che inizialmente preoccupava per quella sorta di egoismo che impegnava la grande nazione a costruire ricchezza soltanto per se stessa, all’interno del paese, e in danno di altri paesi. Anche di quelli amici e alleati, ai quali si iniziava ad imporre, attraverso la tecnica dei dazi, una sorta di pesante “tangente” per il solo fatto di poter restare all’interno di un sistema, anche economico, dal quale avrebbero potuto ricevere soltanto le briciole che avrebbe lasciato l’America della pesante abbuffata.
La paura, che da quella specie di egoismo, che era non soltanto personale e di stampo “autoritaristico”, ma componente della nuova cultura americana, si andasse verso l’imposizione di un nuovo ruolo degli USA. Un ruolo forte e di forza davvero imperialistica, nella quale “ First America” significasse, come sempre più appare,”First America” totalizzante. L’America non solo prima nel mondo, ma l’unica ad esercitare un potere universale, quasi autoritario. Un potere discrezionale, fino al punto da saltare completamente, negandoli, tutte le altre istituzioni internazionali nate per garantire nuovi equilibri, più giusti e umani, sul pianeta, al fine di ripristinare pace e giustizia tra i territori e i popoli.
Ostilità all’Europa, il primo atto di questa nuova cultura politica. Ridimensionamento del ruolo e dell’autorità dell’ONU e della Nato. Cancellazione del valore e dell’importanza della Corte Penale Internazionale e di tutti quegli organismi abilitati alla cura e all’affermazione del diritto internazionale e all’applicazione delle stesse norme ai comportamenti di quei politici di governo, che violano il diritto internazionale e i diritti umani.
Paura di questa America, della propria assoluta indiscriminata libertà nella quale tende a esercitare, proprio sui temi del diritto e della giustizia, la più ampia discrezionalità, attraverso la quale, con mutevoli atteggiamenti quotidiani, stabilire, “motu proprio”, quando una guerra sia giusta e quando no; l’invasione di uno Stato nei confronti di un altro Stato, sia legittima e quando no; quando un tiranno lo sia e quando no; quando il massacro di decine di migliaia di uomini, donne, bambini, innocenti, appartenenti ad uno stesso popolo, sia crimine di guerra, genocidio, oppure atto di legittima difesa nei confronti di gruppi terroristici da sconfiggere a tutti i costi e quando no; stabilire quando invadere con la potenza delle proprie forze armate, un altro Stato decidendo della sorte dei suoi governanti sulla base delle sentenze dei propri tribunali e invece altri Stati e altri dittatori violenti e assassini, pur vicini, anche negli orrori e nei reati, a quello, invece no; quando cancellare di fatto le sentenze internazionali contro coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e per tali ragioni ricercate per essere consegnati alla giustizia internazionale, legittimando apertamente quelle personalità incriminate, e quando per altri no, se non divenuti amici servili o conniventi, di questa America.
Paura infine di rischiare di sospendere in me l’odio( l’unico che so provare) nei confronti dei dittatori di ogni specie e colore, quando li vedo subire atti che
appaiono violenti e illegali, sebbene alcun dittatore meriterebbe d’istinto alcuna comprensione se quell estremamente umana e pienamente cristiana.
Tutto questo oggi mi fa paura. Questa nuova America mi fa paura. Non una paura fisica, quella classica del timore della forza muscolare. No, non questa. Paura diversa, strana, strisciante e perciò più fastidiosa. Quella di confondermi addirittura le idee su ciò che è giusto e su ciò che non lo è. Di disturbare i miei ideali, se tutti siano validi o no. Di alterare la percezione della realtà e la mia visione della stessa attraverso gli strumenti che la cultura e la personale sensibilità mi hanno offerto in tutti questi anni.
Paura di smarrire molte di quelle certezze giovanili, ferme in me sin da quando ho “sognato” quell’altra America. Paura di cambiare e di cambiarmi, avvertendo anch’io la paura di non essere più sicuro nel mio paese, nella mia città, sotto la mia casa e dentro la mia casa per la violenza che si sta diffondendo in ogni angolo della società. Anche quella che ha rubato la voglia di pace delle nuove generazioni. In particolare, quelle più esposte alle periferie in cui sono state respinte dalla povertà e dall’emarginazione.
Paura di non aver capito nulla in questi tanti anni che volgono verso una vecchiaia che, per fortuna, resiste nella giovinezza; di aver sbagliato tanto e partecipato ad inutili battaglie per le quali ho pagato prezzi personali(di coerenza morale e politica intendo), altissimi.
E paura, quella propria del maestro, di avere “malinsegnato” a centinaia di ragazze e ragazzi, come alle mie figlie, sentendo dentro di me il sottile tormento di non sapere se vivano bene o come con quegli insegnamenti. Ma questa paura la farò durare poco. Stasera nel chiuso della mia stanza, farò come mi hai insegnato Don Mimmo, il prete vestito di porpora. Prenderò il Vangelo e la Costituzione, ne aprirò due pagine a caso, le rileggerò e tutte quelle mie antiche certezze ritorneranno. E quelle paure che sento adesso spariranno.
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