Franco Cimino ricorda Gianfranco Riccelli a un anno dalla sua morte: "L'artista immenso, l'amico vero"

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images Franco Cimino ricorda Gianfranco Riccelli a un anno dalla sua morte: "L'artista immenso, l'amico vero"
Gianfranco Riccelli
  02 marzo 2022 15:33

di FRANCO CIMINO

Il giorno prima del tuo, il primo marzo, soltanto di nove anni anticipato, quasi alla stessa ora, ci lasciava Lucio Dalla, il genio assoluto che tale sarebbe stato anche se avesse fatto il falegname o il pescatore, per dire dei più antichi mestieri in cui la creatività e la ricerca dal profondo si rappresentano bene. Il dolore è lo stesso, tanto forte che quello apparentemente lontano si é rinnovato nel giorno tuo, mentre oggi quel primo marzo del 2012 e questo due del 2021 ritornano insieme per fondersi in uno nuovo. Nel quale la perdita così devastante, la tua e la sua, si fanno vuoto. Profondo. Mancanza. Una mancanza che si sente non solo nei tristi anniversari, ma nella vita di tutti i giorni. Ci manca il sognatore, anzi due. Il profeta, anzi due. Ci manca l’utopista del reale. Eh sì, quell’inventore di un mondo bellissimo, nella realtà che diviene. È l’Utopia, che non è l’orizzonte verso il quale ti incammini senza raggiungerlo mai, ché sempre immutata resta la sua vista e la sua distanza.

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Franco Cimino

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No, proprio no. Questa è la visione poetica che ne danno i sognatori pentiti o i realisti incalliti. La Bellezza assoluta che diviene, si trova, ce lo avete insegnato(e con voi anche De Andrè e tutti gli artisti autentici nelle diverse creatività, l’elenco sarebbe per fortuna molto lungo), nelle cose che facciamo noi, individualmente e collettivamente intesi. Nella responsabilità che ci mettiamo nel farle. Negli ideali che usiamo per disegnarle. Nella morale con cui le nutriamo. Con il sogno del quale le rivestiamo. Con l’Amore che impieghiamo per portarle avanti, quando siamo stanchi e pur non ci fermiamo. Quando vorremmo dormire e restiamo (s)vegli. Quando cadiamo e pur ci rialziamo, feriti, doloranti, ci rialziamo. Quando perdiamo, di battaglie perse e di solitudini nel farle. E nella solitudine più pesante del dopo. Quando vorremmo morire e non possiamo. Quando taluni ci vorrebbero morti e ci trovano sempre più vivi. Quando moriamo e restiamo vivi. E risorgiamo ogni volta che ci si ricorda di noi. A ogni passo che dica di noi. A ogni cielo che parli di noi. L’Utopia è l’unica realtà per la quale conviene vivere, perché è l’unica che ha la dignità e la forza di esistere. Amare, questa è la ragione dell’Utopia. Gli altri, il suo mezzo. Costruire la Pace, quella vera, il suo fine. Tu, e Lucio, ci avete insegnato che se non fosse già operante questa Utopia il pianeta sarebbe deflagrato già mille volte. Anzi, no, una sola volta, la prima che ci viene in mente, ché sarebbe stata quella senza riparo. Eppure, siamo ancora qui. Con tutte le guerre che vengono lanciate contro questo pianeta e gli uomini che lo abitano, siamo ancora qui. A sognare la Pace. A voler respirare solo libertà e giustizia e a impegnare le nostre forze per combattere chi le nega e le viola. Ti ricordi? Era di questo che si parlava quando ci si incontrava, puntualmente, senza appuntamento, alla stessa, ora sul nostro Corso Mazzini. Quello della Città che avevi da subito preso ad amare. Di un amore vero, che io lessi la prima volta che ti parlai, alla fine di una delle tue serate inventate nella “No(t)te d’autore. Lo lessi nei tuoi occhi fanciulli prima di averle udite dalle tue parole.

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Ti domandai ( già da fan che ti seguiva da anni nei concerti in piazza dopo i quali fuggivo via), dove abitassi, così straniero mi sembravi. “ A Catanzaro”, mi rispondesti. E io, commosso più che sorpreso, di rimando:” A Catanzaro? Perché?” E tu:” perché è l’unica città che ti consente in contemporanea di avere i piedi nell’acqua e la testa al fresco dell’aria buona.” Mi scoppiò il cuore, trovai uno che della Città più bella del mondo pensava le mie stesse cose. Uno slogan perfetto per promuoverla. La sintesi di un grande programma di sviluppo e di crescita civile del capoluogo. Anche qui c’era la tua Utopia, il mare e i monti che si abbracciano. Il mare per navigare e incontrare, i monti per riposare e pensare. Catanzaro Città della Pace, quindi. Anche di te tutto si trovava nella tua chitarra e nelle tue canzoni. E nelle parole che scrivevi. E in quelle che cercavi, tu poeta affamato sempre di poesia. E con un’idea ben ferma nella mente, secondo la quale la musica, essendo essa stessa poesia, poesia va cercando, per fare della stessa la musica che le manca. Sembra un gioco retorico, ma è invece un altro segno dell’Utopia, la tua, la mia. Mettere insieme la musica e la poesia. E, la luna e il sole. Come a me piacerebbe. E, di certo, anche a te, in quel tuo sorriso ironico che risparmia le parole e l’arguto dubbio usa per incoraggiare il desiderio.

Con Lucio Dalla avevate anche questo in comune. Ma di lui, e di lui con te, adesso non parlo più, questa mia cosa, sospesa tra il parlarti e il parlarmi, si sta già dilungando molto, e poi finirai che non la leggerai neppure tu. E per “indisponenza”, non per mancanza di tempo, ché qui dove ti trovi hai tutto il tempo e la libertà che desideravi. Non parlo della tua musica, perché non ne sono capace. Mi piace da morire, e basta. Né della tua voce particolare, che se fosse stata stonata sarebbe stata egualmente bella. Come quella di tanti grandi cantautori. Per tutti, la voce di Paolo Conte, che alla tua più somiglia. E non parlerei del cantante, se mai del poeta con le note, del narratore con la la melodia. Del combattente con l’armonia. Voglio dire di te, quel che forse non sapevi neppure tu, quando volevi negarti quella grandezza che sarebbe stata riconosciuta anche nelle alte vette del potere discografico, se tu non avessi fatto nella tua vita ciò che hai fatto, di grande e di libero. E se tu non fossi stato sempre tu, con quel carattere necessariamente radicato ai tuoi pensieri elevati. Sì, proprio quel carattere che i “ convenienti” dicono, come fanno con tutti quelli che somigliano al tuo, sia brutto.

Eh sì, tu avevi il vaffa facile come i pistoleri del West i proiettili nella pistola. Uno sprezzante ritrarti dinanzi agli ipocriti e ai farabutti di ogni risma. Tra questi, i falsi e gli imbroglioni nel mondo corruttibile della musica. Che bello che eri! E quanto di più quel tuo vagabondare tra nuvole ed errori, sogni e vizi, difetti e gesti perfetti, parole dette male e quelle non dette. E quel tuo danzare goffo tra Amore e amori, tra amore ricevuto e amore negato(ti). Tra rimpianto e speranza. Rimpianto per ciò che hai perso. Speranza del tempo necessario per poter riparare il riparabile, godere del desiderabile. E tu sai che io so quale fosse il più desiderabile, per avertelo letto nel sorriso stretto su quel tema trattato velocemente nel giorno del nostro ultimo incontro. Che tipo che eri! Davvero un bel tipo.

Avevi in petto furore e quiete. Nella testa la guerra e la Pace. E la guerra, da alto ufficiale dei carabinieri, l’hai visto tanto da vicino da portarti ad esorcizzarla con cose che facevano male solo a te, quando nella tua solitudine volevi silenziare quei rumori di bombe che hanno portato la morte di quei tuoi colleghi che ti stavano a fianco, in quella strana guerra che l’Italia ha fatto per “costruire” la Pace. Si leggeva il tuo dolore per queste vite sacrificate su un altare in cui la Pace era forse assente dall’inizio. Ma le guerre che avevi dentro erano anche altre e tante. Quelle che ti portavi nel cuore dalla tua prima giovinezza. La ribellione adolescenziale contro i poteri e da lì contro tutti i poteri che violentavano la libertà e umiliavano la dignità della persona. La guerra che con le tue armi non violente portavi contro l’ingiustizia. E tutto ciò che essa emanava, dalla emigrazione e l’abbandono del Sud alla condizione della donna, dall’egoismo dei pochi alla povertà per i più. E per non finire alla violenza, anch’essa intollerabile, contro la terra. La Terra di tutti, il pianeta. E la terra dei padri, dove si trovano le nostre radici e dove noi sempre restiamo anche quando siamo andati via. Le tue guerre contro l’infelicità. Guerre necessarie, nelle quali non auspicavi vittime, neppure tra i tiranni e gli inganni. Sullo sfondo, con gli occhi accecati dal sole, la Pace. Tra le persone, i governi, le economie, le culture e le religioni. Degli uomini con il proprio Dio. Della natura con gli uomini, che vorrebbero continuare a usarla spregiudicatamente. Insomma, la Pace piena, come la pancia e la testa e il cuore di tutti gli abitanti il pianeta. E l’altra Pace, ambita quanto la prima, la Pace del tuo cuore. Che, come una rosa rossa, sboccia dalle tue tante inutili guerre e dalle sconfitte ingiuste subite. Questa la tua Utopia, che è anche la mia.

Buon anniversario dell’ingresso nella Pace eterna, amico mio.

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