di MARCELLO FURRIOLO
Ci sono stagioni della vita accantonate nei cassetti della memoria, confuse tra carte sbiadite che nessuno guarderà più, che ritornano, però, prepotenti e dolorose quando una vita finisce e un compagno di quel tempo ci lascia, disteso pensoso nel letto del suo lungo e pacato travaglio col male del corpo più forte del suo spirito leggero.
Così Settimio Pavone si allontana da una esistenza lieve e cortese, elegante e raffinata, colta e sognante come i suoi disegni, le linee morbide, i volumi eterei e mai convenzionali dei suoi arredamenti, dei suoi progetti di case di un contemporaneo che era già nel futuro. Con la freschezza del passato che si rinnova nel bello e nell’armonia di luci e di colori accordati come le note del pianoforte di Errol Garner. Che si cuciono addosso alle persone come le foglie su un prato ad ottobre. Le case e gli ambienti sognati da Settimio sono stati le poesie delle forme e delle atmosfere in cui amava ritrovarsi e in cui i suoi committenti, per lo più amiche e amici che lo amavano, vivevano la serenità di una qualità della vita sempre agognata e non importa se mai raggiunta.
Abbiamo percorso insieme un pezzo di cammino di sogno e di bellezza, abbracciati nel gruppo, giovanissimi innamorati di pittura, cinema, fanciulle in fiore lungo i viali ombrosi di Villa Margherita e giù verso la strada nuova odorosa di natura fascinosa, che in alcune serate di fine estate evocava fantasmi e storie misteriose, che risalivano dal greto della Fiumarella sotto il grigio Ponte di Siano, quello dei suicidi. Udivamo le voci di Giuseppe, a Ricciolina e tante storie spezzate, disperse tra i sassi e la solitudine inquieta.
Settimio è stato un pezzo significativo della mia vita, così come la sua famiglia è stato un pezzo importante di una città che non c’è più. E che sia lui che Pino, l’avvocato cantautore amico e fratello d’inquietudine e poesia di Piero Ciampi e padre di Carolina giovane e raffinata regista di “Quasi a casa”, continuavano a ricercare nelle atmosfere ormai rarefatte dei vicoli odoranti di spezie del vecchio centro storico, nella magia del mare di Copanello o nell’aria incantata di Villaggio Mancuso. E Giulia, bella ed empatica sorella, affidabile guida dei buoni salotti romani.
E il papà Gustavo, burbero di circostanza, dalla battuta fulminante in dialetto catanzarese, mitico ingegnere Capo del Comune e, poi apprezzato Presidente delle Case Popolari, rinomato per le plateali cazziate al giovane ingegnere Aldo Picciotti, alle prime armi con le croniche rotture dell’acquedotto, è stato un pilastro delle amministrazioni guidate da Franco Bova e un grande riferimento per la Democrazia Cristiana, che in quegli anni guidava la città verso la ricostruzione.
Settimio ha rappresentato tutto questo e lascia un vuoto fatto di struggente malinconia per tutto quello che l’aria ormai incerta di fine estate s’è portato via, ma lascerà sempre il suono delicato della sua voce, che regalava cultura, armonia delle forme e dei colori, nel segno indelebile della poetica dell’amicizia.
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