
Una tubazione, un contatore non censito e una piscina: elementi che, da soli, non fanno prova. Il 29 settembre 2026 il Tribunale di Crotone ha assolto un uomo di Petilia Policastro dall’accusa di furto aggravato di acqua, accogliendo la difesa dell’avvocato Francesco Mazza e riaffermando il principio che in un processo penale contano le prove, non le supposizioni.
Al centro del procedimento un’abitazione di campagna con piscina, una condotta esterna collegata alla rete idrica e un contatore non risultante nei registri della società concessionaria. La Procura aveva chiesto un anno di reclusione per presunto furto d’acqua pubblica.
In dibattimento sono stati ascoltati un tecnico della società idrica e un militare dell’Arma. Le loro deposizioni hanno confermato la presenza della tubazione e del contatore non registrato, ma non la responsabilità dell’imputato. Il giudice ha ritenuto che tali elementi non colmassero le lacune probatorie necessarie a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, la condotta contestata.
La piscina, pur indicata nel capo d’imputazione, non ha colmato il vuoto probatorio. Il Tribunale ha assolto l’uomo “per non aver commesso il fatto”, riconoscendo l’assenza di elementi idonei ad attribuirgli la condotta e chiudendo il procedimento con il pieno riconoscimento della sua estraneità ai fatti.
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