Gianfelice Imparato mattatore al Politeama: "Il Medico dei pazzi" conquista Catanzaro

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images Gianfelice Imparato mattatore al Politeama: "Il Medico dei pazzi" conquista Catanzaro


  06 febbraio 2026 13:34

di IACOPO PARISI

C’è una domanda che attraversa Il Medico dei pazzi dall’inizio alla fine, anche quando la risata sembra prendere il sopravvento: chi è davvero il pazzo? E soprattutto, chi decide cosa sia la normalità? È una domanda che il teatro comico pone da sempre e che, inevitabilmente, richiama alla memoria una delle più grandi rivoluzioni civili del nostro Paese, quella avviata da Franco Basaglia, quando la follia smise di essere solo reclusione e divenne questione umana, sociale, politica.

La commedia di Eduardo Scarpetta, rivisitata dal regista Leo Muscato, gioca proprio su questo confine ambiguo. I personaggi etichettati come “pazzi” non lo sono affatto; sono individui eccentrici, marginali, fuori norma. A risultare realmente disorientato è invece chi, forte delle proprie certezze borghesi, osserva quel mondo con lo sguardo rigido di chi ha bisogno di classificare per sentirsi al sicuro. È su questo terreno che, ieri sera al Teatro Politeama, Il Medico dei pazzi ha mostrato tutta la sua attualità. Una farsa, sì, ma anche una lente deformante che ribalta i ruoli: la presunta razionalità si incrina, mentre l’umanità più autentica emerge proprio là dove non ce la si aspetta.

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La comicità non è esplosa subito. Ha preso tempo, si è fatta attendere, per poi crescere gradualmente fino a diventare incontenibile. Un meccanismo preciso, quasi chirurgico, che ha trovato il suo punto di svolta con l’ingresso in scena di Gianfelice Imparato.

Imparato interpreta Don Felice Sciosciammocca, ricco provinciale convinto di finanziare con orgoglio gli studi del nipote Ciccillo, certo che questi sia diventato un affermato medico psichiatra a Napoli. La realtà, però, è ben diversa: Ciccillo ha sperperato il denaro e vive in una pensione che, per salvare le apparenze, spaccia per un manicomio. Quando lo zio arriva per visitare la struttura, il nipote, insieme all’amico Michelino, organizza una messinscena in cui gli eccentrici inquilini della pensione vengono presentati come pazienti psichiatrici.

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Ed è qui che Il Medico dei pazzi mostra tutta la forza della sua scrittura. La farsa si costruisce sull’equivoco: personaggi che non sono pazzi, ma che vengono creduti tali; comportamenti stravaganti che, filtrati dallo sguardo ingenuo e spaesato di Don Felice, diventano irresistibilmente comici. Le risate del pubblico nascono spontanee e mai forzate.

Imparato è brillante, misurato, perfettamente a suo agio nel disagio del personaggio. La sua interpretazione restituisce con precisione l’uomo travolto da una realtà che non comprende, oscillante tra sospetto, confusione e involontaria complicità. È una comicità che colpisce per precisione e intelligenza scenica. Accanto a lui, meritano una menzione speciale i personaggi che animano la pensione, autentico motore della farsa. Tra tutti, spicca Michelino, l’amico di Ciccillo: figura essenziale nel tenere in piedi l’inganno, ma soprattutto nel sostenere il ritmo della commedia con una presenza scenica efficace e puntuale.

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Il momento più significativo arriva nel finale, quando la risata smette di essere evasione e diventa responsabilità. Il direttore della pensione invita Don Felice a non raccontare ciò che è accaduto lì dentro. Alla domanda “perché?”, risponde: “Farebbe ridere la gente”.
La replica di Gianfelice Imparato è netta, rivolta alla platea più che all’interlocutore: “E quindi? Perciò si devono raccontare. Perlomeno qualcuno si diverte. O no?”. In quella frase si concentra il senso più profondo della commedia: non tacere ciò che è fragile o marginale, non nascondere ciò che mette in crisi le nostre certezze. Perché anche la risata può essere uno strumento di verità. Si esce dal teatro con la sensazione che la farsa abbia fatto qualcosa di più: abbia restituito dignità a ciò che troppo spesso viene etichettato e stigmatizzato.

A suggellare questo senso profondo della commedia non sono state solo le parole, ma la risposta del pubblico. Al termine dello spettacolo, la platea del Teatro Politeama si è alzata in piedi in una standing ovation lunga e convinta. Un applauso che non premiava soltanto la bravura degli interpreti, ma il valore di un teatro capace di far ridere senza semplificare, di parlare di normalità e follia senza giudicare.


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